Una donna #miniracconto1

Inspiro. Espiro.

Mi piacerebbe sincronizzare il rumore dei miei passi sulla ghiaia con i battiti del cuore, ma in realtà mi piace anche bearmi delle dissonanze del mondo mentre corro. Musica violenta come il metal che ho nelle orecchie contro i suoni impercettibili del boschetto, l’odore ancora di estate quando il cielo si scurisce prima del dovuto.

Nel mio percorso incontro tantissime persone, le varietà umane più disparate: passeggiatori solitari, coppie inusuali, amiche segnate dall’età, ciclisti e padroni di piccoli e grandi cani, tutti in cerca di tranquillità e ristoro dalle fatiche quotidiane. Al solito tendo a salutare con un lieve cenno del capo o un piccolo sorriso gli altri corridori, mentre tendo a ignorare quelli che procedono al passo. Eppure li osservo sempre, e se si dimostrano amichevoli non disdegno certo loro il mio saluto.

Un passante attira la mia attenzione mentre respiro rumorosamente. È una donna, la classica anonima donna sovrappeso di mezza età, accompagnata dal cane: in realtà è lui a catturare il mio sguardo, d’altronde è grosso e peloso e sento l’irrefrenabile istinto di accarezzarlo, interrompendo la mia fatica quotidiana. In casi come questi, un abbozzo di sorriso al padrone è doveroso.

La signora tiene lo sguardo basso rivolto verso l’animale fulvo, i capelli scuri e poco curati ricadono come una capanna di liane davanti al suo volto. Mi sente arrivare e alza un po’ la testa. Il suono delle mie falcate è ben scandito e il respiro, anche se coperto dalla musica, immagino sia piuttosto irregolare.

Ora la posso guardare. Ma non vedo il colore degli occhi, la forma del naso e della bocca. Quello che vedo è solo il viola stinto del livido che le copre lo zigomo sinistro: potrebbe essere qualsiasi cosa – il frutto di una botta, caduta, incidente, disattenzione – ma il modo violento e spaventato con cui china di nuovo il capo al mio passaggio mi suggerisce la sola e unica spiegazione che avevo sentito come vera.

Mentre la supero riesco a percepirne la paura, la solitudine in cui annaspa e si rifugia durante le sue passeggiate nel bosco; il suo mondo si riempie di rosso viola marrone sporco e di dolore palpabile.

La vedo di nuovo, senza volto: l’ambiente è buio, l’unico spiraglio di luce proviene dalla porta collegata alla stanza adiacente, e lei rimane lì a coprirsi la faccia con le mani tremanti. Prima uno scatto, poi un cigolio ad annunciarne l’ingresso. L’uomo entra nella stanza da letto con passo al contempo pesante e traballante, armeggia con la chiave e con qualcos’altro che tiene tra le mani dure e callose.

Il petto della donna inizia ad alzarsi e abbassarsi sempre più veloce, in maniera frenetica e atterrita. Sente il fiato del marito vicino, lo sente come un appiccicoso e ripugnante alone sulla sua pelle mentre stringe forte gli occhi e si rannicchia a formare un bozzolo. Eccolo.

Inspira. E grida.

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L’arte di correre

Settimana scorsa si è impossessata di me una malsana idea, qualcosa a cui la me di qualche anno avrebbe reagito con orrore e stupore: ho deciso di andare a correre ogni giorno, ogni mattina per circa 30/40 minuti, il tempo di ricoprire quei 5/6 km di percorso che sono solita fare.
Di per sé il desiderio di compiere uno sforzo fisico quotidiano mi è sempre stato molto estraneo, ancor di più se collocato nella fascia di orario mattutina, momento della giornata in cui la mia bassa pressione emerge con prepotenza e mi causa non pochi problemi per qualsiasi attività sportiva. Questi sono i motivi per cui questa decisione si è ben presto tramutata in una sfida personale, con tutti i risvolti psicologici del caso.

Correre inizialmente non mi piaceva granché, mio padre da appassionato corridore tentava invano di coinvolgere la pigra figlia che sono in un’attività che lui ha sempre amato. Faticavo a tenere il suo ritmo, la respirazione e il passo corretto. La volontà di correre l’ho manifestata circa tre anni fa quando ero ferma nella decisione di dimagrire: era estate, le palestre erano quasi tutte chiuse e volevo fare qualcosa che mi permettesse al contempo di gestire senza problemi i numerosi impegni estivi.
Così da dovere ben presto la corsa si è tramutata in un piacere: quando iniziava ad asfissiarmi il caldo estivo fuggivo dalla palestra e dai suoi orari limitanti e mi dedicavo a essa in un orario serale, momento in cui l’afa diminuiva sensibilmente e in cui potevo essere certa di non svenire in malo modo. È divenuto ben presto un rituale fondamentale nel corso dell’anno, correre la sera verso le 20/20.30 rappresentava la degna conclusione della giornata e una grande soddisfazione personale dal punto di vista fisico e mentale.

Dico mentale perché la corsa mi ha aiutato tanto a riflettere. Nel corso degli ultimi anni infatti ho imparato a incanalare lo sforzo fisico nella direzione del pensiero, isolando il corpo affaticato dalla mente incalzante. Questo mi ha permesso di pensare molto in uno stato di totale sospensione spaziale e temporale: percepisco sì la musica nelle orecchie, il suono dei passi sulla ghiaia, il calore sulla pelle o la bellezza del paesaggio circostante (vedi foto in evidenza), vi sono però lunghi minuti – talvolta l’intera sessione di corsa – in cui dimentico il movimento del mio corpo e il mondo attorno a me, finendo così per percepire solo il flusso fluttuante dei miei pensieri. Spesso sono sconnessi tra loro, non hanno filo logico e mi portano alle considerazioni più disparate. Ecco come negli ultimi tempi ho preso le mie decisioni più importanti.

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Così il desiderio di sfidare me stessa e i miei limiti ha trovato un perfetto compagno ne “L’arte di correre” di Haruki Murakami, scrittore a cui avevo intenzione di approcciarmi già da tempo. Ogni giorno dopo la mia corsetta mattutina leggo un capitolo del libro, incentrato sul rapporto dell’autore con la corsa a piedi rispetto al suo lavoro di scrittura quotidiana. È qualcosa che, in quanto aspirante scrittrice, mi colpisce e intriga in prima persona e lo stile elegante ma modesto di Murakami mi sta catturando giorno per giorno.
Amo la sfida che mi sono posta, amo correre e pensare e oltrepassare i miei limiti passati è qualcosa di oltremodo incoraggiante. Mi spinge a essere migliore, sempre più.

Non avrei mai voluto scrivere questa poesia

Sono sempre stata la tua bimba,
-Così dicevi tu tutto compiaciuto-
E stringendo al petto ampio il ricordo
Di una sedicenne smarrita
Hai ignorato il cambiamento e il tormento
Di trovarmi donna assai diversa
Dall’immagine che serbavi di me:
Le tue dita tra i miei lunghi capelli
Erano al contempo carezze e redini
Così per mostrarti che ero cambiata
Li ho tagliati,
Ma tu mi hai detto che sembravo
Ancora più piccola e bambina.
Non capivo se sbagliassi io
Ad attirare l’attenzione su quel momento
Assurdo estraneo di smarrimento
O eri tu a fingere che ancora tutto
Fosse uguale, soprattutto il sentimento.

Da ragazzi ci siamo trovati adulti
Nello spazio tra un bacio e il sesso,
Cresciuti insieme ma maturati lontani.
Forse ti ha fatto paura
Vedermi così donna nella testa
In contrasto con il volto fanciullesco
Che quella sera ti baciò
Dubbioso sotto la pioggia;
Forse ti ha infastidito
Quel passo in più che ci divideva,
Le mie certezze contro le tue insicurezze,
Ma speravo che, ancora una volta,
Tu mi raggiungessi
Afferrando stretta la mia mano.

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Ti ho camminato davanti
Per troppo tempo sicura
Che avresti colmato la solita distanza
O che comunque io ti avrei mostrato
La strada, quella a noi nota
Per proseguire fianco a fianco.
Ero convinta -perdonami per questo-
Di essermi voltata tutte le volte
Necessarie a illuminarti la via;
Ma nei momenti in cui stupidamente
Sono rimasta di spalle, attendendo,
Tu sei inciampato nel percorso
Distogliendo dalla mia nuca lo sguardo.
Hai incontrato un altro viso
E hai sbagliato strada, trovandoti
D’improvviso a un bivio:
I miei occhi o i suoi.
Ho scelto io per entrambi
Optando per l’addio tanto giusto
Quanto straziante
E ora il cuore tira strappandosi in due
Diverse direzioni
Come calamitato a due estremi:
Il consueto dolore di amare te
E l’impellente bisogno di amare me.

Felicità in poesia

La felicità ha il rumore
Dei raggi della bicicletta
E del vento che mi sferza le orecchie
Mentre pedalo

È anche il frinire dei grilli
E il ciottolato del sottobosco
Quando corro nella mia terra

Così come una sosta appagante
All’ombra del mio Duomo

Perché felicità è
Alzare lo sguardo dritto verso il cielo
E non stirare un sorriso
Ma indossarlo stropicciato e
Tutto tremolante per l’emozione.

(La foto in evidenza è un mio scatto di un tipico paesaggio brianzolo ♥)

Perdere per migliorarsi

Ritorno qui sul blog dopo mesi di silenzio per rispondere all’esigenza di buttare fuori tutte le parole che sento rimescolarsi tra testa petto e stomaco, a seconda della sensazione predominante e del momento che sto vivendo.

Nella mia vita sono sempre partita con la consapevolezza che nessuno meglio di me avrebbe mai capito come mi sentissi. Certo, molte situazioni nei loro caratteri più generali possono essere capite e sovrapposte al proprio background, eppure ciascuno reagisce agli eventi in una maniera del tutto personale, mai comprensibile fino in fondo a chi ci circonda: gli altri posso aiutarci a inquadrare ciò che proviamo, ma noi siamo gli unici a percepirlo con un’intensità che, in quanto tale, è unica e speciale. Si tratta comunque della visione soggettiva di una persona (alias: io) che raramente è scesa a compromessi e si è fatta aiutare, ma vi posso assicurare che perdere la bussola, le certezze e le speranze per il futuro capita anche alle persone che all’esterno si mostrano forti e indipendenti. Si tratta solo di raccogliere i cocci della propria anima e dimostrare che anche dentro si cela un drago.

È troppo facile chiudersi nella sofferenza e autocommiserarsi, proprio perché si tratta della decisione più comprensibile e socialmente accettabile. Perdere qualcosa e poi perdere se stessi amplifica il dolore, ma al contempo lo rende naturale e quasi giusto, meritevole: ammettere di sentirsi sperduti è il primo passo per un ritrovamento tanto potente quanto necessario.

Ho sempre vissuto pensando “non fare qualcosa di cui potresti pentirti in futuro”, ma non ho quasi mai considerato l’altro lato della medaglia: e oggi, ora come ora, trovo necessario dirmi sempre “fallo, in futuro potresti pentirti di non aver colto un’occasione”. I momenti che perdiamo sono tanti, vinti dalla vergogna o dalla paura per le conseguenze. Io sto scegliendo di non perdermi più nulla, o quantomeno di fare il possibile per non lasciarmi sfuggire esperienze e sensazioni nuove, che mi fanno sentire vive e felice di scoprire, annusare, provare emozioni, vedere il mondo nella sua annientante bellezza.

La frase di una canzone che adoro esemplifica bene quanto intendo dire:

“Hey, it’s alright! Does it make you feel alive? Don’t look back, live your life even if it’s only for tonight.”

Se lo struggente desiderio dell’essere umano è quello di essere felice, di vivere e sentirsi vivo, appagato, euforico, perché non provare qualche brivido, sentirsi se stessi e in comunione con l’intero universo? Ed è esattamente così che mi sento quando elimino le catene delle opinioni altrui, del dovere e delle aspettative, perché ciò che è giusto o sbagliato è spesso e volentieri relativo. Mi rende felice? Allora è molto alta la probabilità che sia la cosa giusta da fare (si escludono qui possibilità in cui la salute degli altri viene messa a repentaglio).

Tante, troppe volte ho messo al primo posto la gioia altrui, sia per una congenita sindrome della crocerossina sia per evitare un salto nel buio, spaventoso ma al contempo eccitante: privandomi dell’effettiva scelta decidevo ugualmente di rimuovere ulteriori preoccupazioni e paranoie. Ma ora come ora sono dell’idea che privarmi di una scelta, anche sofferta, in nome di una moralità superiore (decisa da chi poi? Il mio super io?) sia un inutile spreco, un’esperienza mancata nonché un piccolo atto di codardia.

E allora ogni giorno scrivo qualche verso per focalizzare ciò che sento, se sono infelice o di buon umore, se il sole mi stimola o preferisco il silenzio della mia camera. Nessuno può dirci chi siamo, capita anzi che nel momento di massima sicurezza sul proprio essere accada qualcosa di troppo grande, che sconvolge nel profondo. Quello è il momento perfetto per iniziare di nuovo ad ascoltarsi, tendendo un orecchio dritto verso il suono prodotto dai sentimenti accartocciati l’uno sull’altro; è il tempo della riscoperta e di una ricerca più accurata di quanto prima si dava per scontato.

Insomma: agisco per sentirmi viva, anche nel dolore e nella sofferenza, con l’intento di non rimpiangere mai più nulla.

Recensione “L’arte di essere fragili” – Alessandro D’Avenia

Titolo: L’arte di essere fragili
Autore: Alessandro D’Avenia
Genere: letteratura italiana
casa editrice: Mondadori
Data d’uscita: 30 ottobre 2016
Pagine: 216
Formato: rilegato
Prezzo libro: 19 €
Prezzo ebook: 9,99 €

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Trama: Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza. La sfida è lanciata, e ci riguarda tutti: Leopardi ha trovato nella poesia la sua ragione di vita, e noi? Qual è la passione in grado di farci sentire vivi in ogni fase della nostra esistenza? Quale bellezza vogliamo manifestare nel mondo, per poter dire alla fine: nulla è andato sprecato?

“Come Leopardi può salvarti la vita”, così recita il sottotitolo di questo libro. E forse è stata proprio questa frase a scoraggiare i più, magari persino persone che hanno letto come me altri libri di D’Avenia, apprezzandolo per la dolcezza con cui tratta temi non certo semplici. Eppure citare Leopardi scatena nell’italiano medio una reazione di scherno misto a disinteresse, perché quello che hanno conosciuto sui banchi di scuola (di per sé luogo pessimo per un incontro piacevole) era un uomo gobbo, sfigato e pessimista, nonché poeta che, diamine!, risulta una colpa atroce e porta a un infinito tedio sui libri. Purtroppo spesso si riesce a vedere solo ciò che ci viene presentato, senza prestare attenzione all’oltre, a tutte quelle cose che per comodità ci vengono nascoste o che, semplicemente, non riusciamo a vedere.

Giacomo Leopardi era un uomo eccezionale: mente brillante, cuore gentile e un immenso desiderio di amore e felicità. Questo in pochi lo sanno, in pochi realizzano che il tanto decantato “pessimismo cosmico” altro non è che un realismo crudo e sincero, che non fa altro che evidenziare quanto di bello c’è al mondo: la nostra stessa vita è un’inestimabile opera d’arte e i sogni e le speranze sono i pennelli che ne delineano i contorni. Relegare un personaggio del genere all’angolino dei poeti tristi è segno di un’incomprensione di fondo rispetto alle stesse idee che danno vita e sostengono il pensiero leopardiano. Vita, speranza, bellezza e morte. Se ancora non ne siete sicuri, D’Avenia vi darà la certezza definitiva.

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Questo libro (che non saprei se definire romanzo, saggio o racconto di vita) non è solo un inneggiare alle qualità del poeta: l’autore utilizza l’espediente della scrittura di lettere indirizzate allo stesso Leopardi, richiamandone le preziose riflessioni per dar voce a una sorta di prescrizione, medicina dell’anima, rivolta ai lettori. D’Avenia divide la sua opera in quattro distinte fasi essenziali nell’accettazione della fragilità umana: adolescenza, o arte di sperare; maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di rinascere. La ricerca del senso della vita si snoda in questo percorso esistenziale in cui la narrazione è un discorso molto intimo ed emotivo, carico di sensazioni potenti e della forza di esperienze importanti.

D’Avenia nel suo svelarci un Giacomo Leopardi umano, sensazionale nel suo genio, rivela al contempo un altro grande uomo: lui stesso. Alla nostra epoca servirebbero molti più professori del genere, che vedono negli adolescenti un germoglio di speranza, in grado di accogliere tra le mani il rapimento ancora puerile che dà la forza di osare, di immaginare. Egli inframmezza l’opera con racconti personali, storie legati a suoi studenti e a giovani che gli hanno scritto, mostra un lato delicato e sorprendente della scuola che risulta difficile credere vero. L’istruzione dovrebbe essere un momento di piacevole scoperta di noi stessi e del mondo che ci circonda, invece finisce per essere una gabbia incapace di comprendere i sogni che riempiono la testa dei ragazzi, e addirittura li distrugge riportando gli studenti allo stato primitivo di numeri inutili soggetti a una falsa apparenza di scadente meritocrazia. Alessandro D’Avenia rappresenta tutto ciò che la scuola italiana dovrebbe essere: curiosità, amore e nutrimento.

“L’arte di essere fragili” rappresenta un’importante lezione di vita per ragazzi, giovani adulti e persone più che mature, permettendo di cogliere diverse sfumature per ogni passaggio dell’esistenza umana.
La prosa è poetica, sognante e deliziosa, trascina in un vortice in cui la letteratura, la poesia e l’arte si mescolano in un concentrato unico di elevata bellezza. I capitoli sono brevi, e ne consiglio la lettura a piccole dosi, per apprezzare al meglio il significato più profondo di ogni singola parola, la cui scelta non è affatto casuale ed estetica. Le frasi da segnarsi durante la lettura sono decisamente troppe, tanto che quando avevo il libro in mano accanto a me avevo sempre matita e righello per poter sottolineare tutta la strabordante poesia insita nell’opera.

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Accettate di essere imperfetti, accettate la vostra natura di effimere creature umane. Accettate di avere in voi un grande potere: l’arte di essere fragili.

“Grazie, Giacomo, per avermi dato le parole per guardare nei posti giusti, negli angoli nascosti, le parole per dirmi, per conoscermi, per essere. Le parole per accettare che sono, come te, un infinito ferito.”

Recensione “La terra di nessuno” – Gabriele Dolzadelli

Titolo: La terra di nessuno. Jolly Roger
Autore: Gabriele Dolzadelli
Genere: storico/avventura
Casa editrice: Youcanprint
Data d’uscita: 2014
Pagine: 352
Formato: brossura
Prezzo libro: 16€
Prezzo ebook: 0,99€

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Trama: 1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del nuovo mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.

Ho sempre subito il fascino dei romanzi a tema storico, specialmente se si tratta di viaggi verso luoghi sconosciuti arricchiti da pirati ed intrighi. Non è un genere che ho avuto modo di approfondire molto, ma rientra comunque nelle mie corde.
Quello di cui sono qui a parlarvi è un libro auto pubblicato da uno scrittore all’epoca esordiente (caratteristica che vorrei fosse tenuta in considerazione per quanto dirò in seguito), primo volume della pentalogia “Jolly Roger” di cui ne sono stati pubblicati tre (“La terra di nessuno”, “Le chiavi dello scrigno” e “I fratelli della costa”) e che prevede una prossima pubblicazione del quarto libro.
Ringrazio tantissimo l’autore che è stato così gentile da inviarmi gratuitamente la versione digitale della sua opera!

La storia, senza girarci intorno troppo, mi è piaciuta. L’autore è stato in grado di porre le basi per un’opera di ampio respiro che trova in questo primo libro il perfetto trampolino di lancio per una miriade di avventure, segreti e misteri (i quali, tra l’altro, mi hanno lasciato con il fiato sospeso fino alla fine). Il ritmo è incalzante, ben definito così da tenere il lettore incollato alle pagine: il tutto saggiamente delineato e descritto, ma senza troppi fronzoli e orpelli. Non è tuttavia uno stile asciutto e banale, le descrizioni infatti forniscono i giusti dettagli senza ricadere nel banale e nel superfluo. Uno stile semplice ed efficace, insomma, che ho apprezzato. (Anche perché, a mio avviso, le parti descrittive prolisse e noiose alla Terry Brooks andrebbero il più delle volte evitate…)

I personaggi che ci vengono introdotti già nelle prime pagine con una pratica lista sono davvero molti, e inizialmente ho trovato difficoltoso ricordare tutti i nomi e associarli a ciascuno di loro. Nonostante ciò, ognuno trova il suo spazio nello snodarsi del romanzo, anche se devo dire che non mi sono affezionata particolarmente a nessuno di loro: sicuramente nei prossimi volumi acquisiranno maggior spessore grazie al procedere della narrazione che ci fornirà maggiori dettagli a riguardo. (Elizabeth però proprio non la sopporto, questo va detto!)Benché Sidvester possa sembrare il protagonista, le vicende che lo riguardano non sono centrali ma si intrecciano perfettamente con quelle di tutti gli altri uomini che si trovano a Puerto Dorato.
Il libro non è lunghissimo, anzi, e la lettura risulta accattivante e scorrevole grazie al l’insieme di tutti questi elementi che ho descritto.

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Passando alle caratteristiche più strettamente formali, durante la lettura mi sono imbattuta in qualche errore grammaticale/di battitura dovuto per certo a sviste (quelli che commettiamo tutti nella stesura di un testo) che indubbiamente un servizio più preciso di editing di una casa editrice avrebbe saputo sistemare.
Una scelta di presentazione di determinati momenti della storia mi ha fatto storcere un po’ il naso: i numerosi flashback presenti nel romanzo vengono giustamente indicati ad inizio capitolo con data e luogo, però a conclusione della sequenza narrativa l’autore pone degli asterischi per contrapporre il passato con il ritorno al presente. Ovviamente si capisce che vi è un salto temporale, tuttavia per quanto mi riguarda avrei preferito dei flashback leggermente più lunghi conclusi con la fine del capitolo, per poi tornare ad indicare il tempo iniziale di narrazione con l’utilizzo della data.

Voto finale: 3.5/5, per lo stesso motivo per cui ho dato il medesimo voto a “Le lame di Myra a Licia Troisi”, ovvero: la storia mi è piaciuta ma non così tanto da farmi venire il batticuore, elemento dovuto anche al fatto che entrambi i libri sono l’inizio di una saga e devono dunque trovare il loro tempo per “ingranare” bene, mostrare le potenzialità della trama e dei personaggi.
Se vi piace il genere ve lo consiglio assolutamente, l’ebook ha un prezzo davvero irrisorio e senza spendere troppo potreste trovarvi catapultati in una grande avventura. Detto questo, ho grandissime aspettative per il secondo libro della serie e non vedo l’ora di immergermi nuovamente nei misteri delle Indie Occidentali!