Perdere per migliorarsi

Ritorno qui sul blog dopo mesi di silenzio per rispondere all’esigenza di buttare fuori tutte le parole che sento rimescolarsi tra testa petto e stomaco, a seconda della sensazione predominante e del momento che sto vivendo.

Nella mia vita sono sempre partita con la consapevolezza che nessuno meglio di me avrebbe mai capito come mi sentissi. Certo, molte situazioni nei loro caratteri più generali possono essere capite e sovrapposte al proprio background, eppure ciascuno reagisce agli eventi in una maniera del tutto personale, mai comprensibile fino in fondo a chi ci circonda: gli altri posso aiutarci a inquadrare ciò che proviamo, ma noi siamo gli unici a percepirlo con un’intensità che, in quanto tale, è unica e speciale. Si tratta comunque della visione soggettiva di una persona (alias: io) che raramente è scesa a compromessi e si è fatta aiutare, ma vi posso assicurare che perdere la bussola, le certezze e le speranze per il futuro capita anche alle persone che all’esterno si mostrano forti e indipendenti. Si tratta solo di raccogliere i cocci della propria anima e dimostrare che anche dentro si cela un drago.

È troppo facile chiudersi nella sofferenza e autocommiserarsi, proprio perché si tratta della decisione più comprensibile e socialmente accettabile. Perdere qualcosa e poi perdere se stessi amplifica il dolore, ma al contempo lo rende naturale e quasi giusto, meritevole: ammettere di sentirsi sperduti è il primo passo per un ritrovamento tanto potente quanto necessario.

Ho sempre vissuto pensando “non fare qualcosa di cui potresti pentirti in futuro”, ma non ho quasi mai considerato l’altro lato della medaglia: e oggi, ora come ora, trovo necessario dirmi sempre “fallo, in futuro potresti pentirti di non aver colto un’occasione”. I momenti che perdiamo sono tanti, vinti dalla vergogna o dalla paura per le conseguenze. Io sto scegliendo di non perdermi più nulla, o quantomeno di fare il possibile per non lasciarmi sfuggire esperienze e sensazioni nuove, che mi fanno sentire vive e felice di scoprire, annusare, provare emozioni, vedere il mondo nella sua annientante bellezza.

La frase di una canzone che adoro esemplifica bene quanto intendo dire:

“Hey, it’s alright! Does it make you feel alive? Don’t look back, live your life even if it’s only for tonight.”

Se lo struggente desiderio dell’essere umano è quello di essere felice, di vivere e sentirsi vivo, appagato, euforico, perché non provare qualche brivido, sentirsi se stessi e in comunione con l’intero universo? Ed è esattamente così che mi sento quando elimino le catene delle opinioni altrui, del dovere e delle aspettative, perché ciò che è giusto o sbagliato è spesso e volentieri relativo. Mi rende felice? Allora è molto alta la probabilità che sia la cosa giusta da fare (si escludono qui possibilità in cui la salute degli altri viene messa a repentaglio).

Tante, troppe volte ho messo al primo posto la gioia altrui, sia per una congenita sindrome della crocerossina sia per evitare un salto nel buio, spaventoso ma al contempo eccitante: privandomi dell’effettiva scelta decidevo ugualmente di rimuovere ulteriori preoccupazioni e paranoie. Ma ora come ora sono dell’idea che privarmi di una scelta, anche sofferta, in nome di una moralità superiore (decisa da chi poi? Il mio super io?) sia un inutile spreco, un’esperienza mancata nonché un piccolo atto di codardia.

E allora ogni giorno scrivo qualche verso per focalizzare ciò che sento, se sono infelice o di buon umore, se il sole mi stimola o preferisco il silenzio della mia camera. Nessuno può dirci chi siamo, capita anzi che nel momento di massima sicurezza sul proprio essere accada qualcosa di troppo grande, che sconvolge nel profondo. Quello è il momento perfetto per iniziare di nuovo ad ascoltarsi, tendendo un orecchio dritto verso il suono prodotto dai sentimenti accartocciati l’uno sull’altro; è il tempo della riscoperta e di una ricerca più accurata di quanto prima si dava per scontato.

Insomma: agisco per sentirmi viva, anche nel dolore e nella sofferenza, con l’intento di non rimpiangere mai più nulla.

Recensione “L’arte di essere fragili” – Alessandro D’Avenia

Titolo: L’arte di essere fragili
Autore: Alessandro D’Avenia
Genere: letteratura italiana
casa editrice: Mondadori
Data d’uscita: 30 ottobre 2016
Pagine: 216
Formato: rilegato
Prezzo libro: 19 €
Prezzo ebook: 9,99 €

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Trama: Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza. La sfida è lanciata, e ci riguarda tutti: Leopardi ha trovato nella poesia la sua ragione di vita, e noi? Qual è la passione in grado di farci sentire vivi in ogni fase della nostra esistenza? Quale bellezza vogliamo manifestare nel mondo, per poter dire alla fine: nulla è andato sprecato?

“Come Leopardi può salvarti la vita”, così recita il sottotitolo di questo libro. E forse è stata proprio questa frase a scoraggiare i più, magari persino persone che hanno letto come me altri libri di D’Avenia, apprezzandolo per la dolcezza con cui tratta temi non certo semplici. Eppure citare Leopardi scatena nell’italiano medio una reazione di scherno misto a disinteresse, perché quello che hanno conosciuto sui banchi di scuola (di per sé luogo pessimo per un incontro piacevole) era un uomo gobbo, sfigato e pessimista, nonché poeta che, diamine!, risulta una colpa atroce e porta a un infinito tedio sui libri. Purtroppo spesso si riesce a vedere solo ciò che ci viene presentato, senza prestare attenzione all’oltre, a tutte quelle cose che per comodità ci vengono nascoste o che, semplicemente, non riusciamo a vedere.

Giacomo Leopardi era un uomo eccezionale: mente brillante, cuore gentile e un immenso desiderio di amore e felicità. Questo in pochi lo sanno, in pochi realizzano che il tanto decantato “pessimismo cosmico” altro non è che un realismo crudo e sincero, che non fa altro che evidenziare quanto di bello c’è al mondo: la nostra stessa vita è un’inestimabile opera d’arte e i sogni e le speranze sono i pennelli che ne delineano i contorni. Relegare un personaggio del genere all’angolino dei poeti tristi è segno di un’incomprensione di fondo rispetto alle stesse idee che danno vita e sostengono il pensiero leopardiano. Vita, speranza, bellezza e morte. Se ancora non ne siete sicuri, D’Avenia vi darà la certezza definitiva.

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Questo libro (che non saprei se definire romanzo, saggio o racconto di vita) non è solo un inneggiare alle qualità del poeta: l’autore utilizza l’espediente della scrittura di lettere indirizzate allo stesso Leopardi, richiamandone le preziose riflessioni per dar voce a una sorta di prescrizione, medicina dell’anima, rivolta ai lettori. D’Avenia divide la sua opera in quattro distinte fasi essenziali nell’accettazione della fragilità umana: adolescenza, o arte di sperare; maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di rinascere. La ricerca del senso della vita si snoda in questo percorso esistenziale in cui la narrazione è un discorso molto intimo ed emotivo, carico di sensazioni potenti e della forza di esperienze importanti.

D’Avenia nel suo svelarci un Giacomo Leopardi umano, sensazionale nel suo genio, rivela al contempo un altro grande uomo: lui stesso. Alla nostra epoca servirebbero molti più professori del genere, che vedono negli adolescenti un germoglio di speranza, in grado di accogliere tra le mani il rapimento ancora puerile che dà la forza di osare, di immaginare. Egli inframmezza l’opera con racconti personali, storie legati a suoi studenti e a giovani che gli hanno scritto, mostra un lato delicato e sorprendente della scuola che risulta difficile credere vero. L’istruzione dovrebbe essere un momento di piacevole scoperta di noi stessi e del mondo che ci circonda, invece finisce per essere una gabbia incapace di comprendere i sogni che riempiono la testa dei ragazzi, e addirittura li distrugge riportando gli studenti allo stato primitivo di numeri inutili soggetti a una falsa apparenza di scadente meritocrazia. Alessandro D’Avenia rappresenta tutto ciò che la scuola italiana dovrebbe essere: curiosità, amore e nutrimento.

“L’arte di essere fragili” rappresenta un’importante lezione di vita per ragazzi, giovani adulti e persone più che mature, permettendo di cogliere diverse sfumature per ogni passaggio dell’esistenza umana.
La prosa è poetica, sognante e deliziosa, trascina in un vortice in cui la letteratura, la poesia e l’arte si mescolano in un concentrato unico di elevata bellezza. I capitoli sono brevi, e ne consiglio la lettura a piccole dosi, per apprezzare al meglio il significato più profondo di ogni singola parola, la cui scelta non è affatto casuale ed estetica. Le frasi da segnarsi durante la lettura sono decisamente troppe, tanto che quando avevo il libro in mano accanto a me avevo sempre matita e righello per poter sottolineare tutta la strabordante poesia insita nell’opera.

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Accettate di essere imperfetti, accettate la vostra natura di effimere creature umane. Accettate di avere in voi un grande potere: l’arte di essere fragili.

“Grazie, Giacomo, per avermi dato le parole per guardare nei posti giusti, negli angoli nascosti, le parole per dirmi, per conoscermi, per essere. Le parole per accettare che sono, come te, un infinito ferito.”

Recensione “La terra di nessuno” – Gabriele Dolzadelli

Titolo: La terra di nessuno. Jolly Roger
Autore: Gabriele Dolzadelli
Genere: storico/avventura
Casa editrice: Youcanprint
Data d’uscita: 2014
Pagine: 352
Formato: brossura
Prezzo libro: 16€
Prezzo ebook: 0,99€

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Trama: 1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del nuovo mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.

Ho sempre subito il fascino dei romanzi a tema storico, specialmente se si tratta di viaggi verso luoghi sconosciuti arricchiti da pirati ed intrighi. Non è un genere che ho avuto modo di approfondire molto, ma rientra comunque nelle mie corde.
Quello di cui sono qui a parlarvi è un libro auto pubblicato da uno scrittore all’epoca esordiente (caratteristica che vorrei fosse tenuta in considerazione per quanto dirò in seguito), primo volume della pentalogia “Jolly Roger” di cui ne sono stati pubblicati tre (“La terra di nessuno”, “Le chiavi dello scrigno” e “I fratelli della costa”) e che prevede una prossima pubblicazione del quarto libro.
Ringrazio tantissimo l’autore che è stato così gentile da inviarmi gratuitamente la versione digitale della sua opera!

La storia, senza girarci intorno troppo, mi è piaciuta. L’autore è stato in grado di porre le basi per un’opera di ampio respiro che trova in questo primo libro il perfetto trampolino di lancio per una miriade di avventure, segreti e misteri (i quali, tra l’altro, mi hanno lasciato con il fiato sospeso fino alla fine). Il ritmo è incalzante, ben definito così da tenere il lettore incollato alle pagine: il tutto saggiamente delineato e descritto, ma senza troppi fronzoli e orpelli. Non è tuttavia uno stile asciutto e banale, le descrizioni infatti forniscono i giusti dettagli senza ricadere nel banale e nel superfluo. Uno stile semplice ed efficace, insomma, che ho apprezzato. (Anche perché, a mio avviso, le parti descrittive prolisse e noiose alla Terry Brooks andrebbero il più delle volte evitate…)

I personaggi che ci vengono introdotti già nelle prime pagine con una pratica lista sono davvero molti, e inizialmente ho trovato difficoltoso ricordare tutti i nomi e associarli a ciascuno di loro. Nonostante ciò, ognuno trova il suo spazio nello snodarsi del romanzo, anche se devo dire che non mi sono affezionata particolarmente a nessuno di loro: sicuramente nei prossimi volumi acquisiranno maggior spessore grazie al procedere della narrazione che ci fornirà maggiori dettagli a riguardo. (Elizabeth però proprio non la sopporto, questo va detto!)Benché Sidvester possa sembrare il protagonista, le vicende che lo riguardano non sono centrali ma si intrecciano perfettamente con quelle di tutti gli altri uomini che si trovano a Puerto Dorato.
Il libro non è lunghissimo, anzi, e la lettura risulta accattivante e scorrevole grazie al l’insieme di tutti questi elementi che ho descritto.

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Passando alle caratteristiche più strettamente formali, durante la lettura mi sono imbattuta in qualche errore grammaticale/di battitura dovuto per certo a sviste (quelli che commettiamo tutti nella stesura di un testo) che indubbiamente un servizio più preciso di editing di una casa editrice avrebbe saputo sistemare.
Una scelta di presentazione di determinati momenti della storia mi ha fatto storcere un po’ il naso: i numerosi flashback presenti nel romanzo vengono giustamente indicati ad inizio capitolo con data e luogo, però a conclusione della sequenza narrativa l’autore pone degli asterischi per contrapporre il passato con il ritorno al presente. Ovviamente si capisce che vi è un salto temporale, tuttavia per quanto mi riguarda avrei preferito dei flashback leggermente più lunghi conclusi con la fine del capitolo, per poi tornare ad indicare il tempo iniziale di narrazione con l’utilizzo della data.

Voto finale: 3.5/5, per lo stesso motivo per cui ho dato il medesimo voto a “Le lame di Myra a Licia Troisi”, ovvero: la storia mi è piaciuta ma non così tanto da farmi venire il batticuore, elemento dovuto anche al fatto che entrambi i libri sono l’inizio di una saga e devono dunque trovare il loro tempo per “ingranare” bene, mostrare le potenzialità della trama e dei personaggi.
Se vi piace il genere ve lo consiglio assolutamente, l’ebook ha un prezzo davvero irrisorio e senza spendere troppo potreste trovarvi catapultati in una grande avventura. Detto questo, ho grandissime aspettative per il secondo libro della serie e non vedo l’ora di immergermi nuovamente nei misteri delle Indie Occidentali!

SOCIALmente

[Era da un po’ che non scrivevo qualcosa, e soprattutto che mi soddisfacesse. Poesia nel mio stile molto criticona e ironica, un po’ di polemica non guasta mai, ma ovviamente sono la prima a girare per strada incollata all’iPhone.]

Contesto sociale pressoché distorto
Nel World Wide Web
Che di quest’epoca è il porto,
Sui social saccenti
E per strada impotenti
Tutti zombie drogati dalle nostre
Emittenti.
Svuotiamo le menti perché siamo assuefatti
Le riempiamo di idee quando distratti:
Siamo studenti incostanti, questi
Obiettivi culturali fin troppo distanti,
Siamo ragazzi inconsistenti,
In diretta campioni
E in tutto il resto perdenti.
Socialmente impauriti
Mentre sui social leoni,
SOCIALmente e mente social
Perché chi mente è una forza.
Condividi o commenta, retwitta
O sei fuori,
Testa spenta e linea piatta
Per i likes e le curve.

Recensione “La lama dell’assassina” – Sarah J. Maas

Titolo: La lama dell’assassina
Autore: Sarah J. Maas
Genere: Fantasy
Casa Editrice: Mondadori
Data d’uscita: 25 ottobre 2016
Pagine: 402
Formato: Brossura
Prezzo libro: 12,50€
Prezzo e-book: 7,99€

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La prima infatuazione per questo libro è nata dalla copertina dalla bellezza mozzafiato, che ha catturato il mio sguardo sin da subito. Da lì poi è nato l’amore incontenibile per la storia e la narrazione impeccabile di Sarah J. Maas.
“La lama dell’assassina” fa parte della ormai celeberrima saga fantasy de “Il trono di ghiaccio” (in inglese “Throne of Glass”, e lo specifico perché come al solito ci troviamo di fronte a traduzioni inaccettabili e incomprensibili ai più, ma a quanto pare perfette per i traduttori): in Italia hanno visto la pubblicazione i primi tre volumi, “Il trono di ghiaccio”, “La corona di mezzanotte” e “La corona di fuoco”, ma restano ancora inediti “Queen of Shadows” e “Empire of Storms”. Il volume conclusivo della saga, il cui titolo è sconosciuto, è ancora in fase di scrittura.
Si tratta di un’opera prequel, collocata dunque in un periodo antecedente al primo libro, nonché una raccolta di cinque novelle prima pubblicate singolarmente in e-book e poi raccolte in formato cartaceo in “The Assassin’s Blade” nel 2014:
1. “L’assassina e il signore dei pirati”
2. “L’assassina e la guaritrice”
3. “L’assassina e il deserto”
4. “L’assassina e il male”
5. “L’assassina e l’impero”

Trama: Celaena Sardothien è la più micidiale sicaria del regno. Lavora per la Gilda degli Assassini, ma in realtà non obbedisce a nessuno e non si fida di nessuno. Inviata in una serie di missioni nei luoghi più pericolosi, dalle Isole Morte al Deserto Rosso, Celaena inizia ad agire senza rispettare gli ordini del capo della Gilda. Ma dovrà rischiare tutto per rimanere viva.

Trattandosi di un prequel, mi è stato consigliato da chi ha già letto la saga di partire proprio da quest’ultima pubblicazione. Benché io non abbia ancora iniziato “Il trono di ghiaccio” (ma ovviamente è già sulla via di casa dato che l’ho ordinato ♥) posso ben comprendere le ragioni di questo suggerimento: credo che si tratti di un’opera dalla grande importanza per la comprensione della psicologia del personaggio protagonista, Celaena Sardothien, della sua dura storia e dei sentimenti che ne derivano. Ci sono tutti gli elementi fondamentali per delineare un chiaro e preciso background, motivo di scelte e atteggiamenti che mi aspetto di vedere sin dai prossimi primi capitoli.
Il lettore si trova catapultato in un mondo fantastico dall’ambientazione simil rinascimentale, che mi sento di identificare con una Belle Époque: la stessa Celaena (la cui pronuncia del nome resta misteriosa) mostra ripetutamente un grande amore per la cultura, la musica e la bellezza, identificabile anche nel suo abbigliamento costoso e ricercato, la cura metodica del proprio corpo. Questo elemento è innovativo in un romanzo di questo genere, dal momento che le protagoniste femminili, troppo impegnate a recitare il ruolo della – in gergo – “bad ass” non mostrano interesse del genere, il che dipende anche dall’epoca e dall’ambientazione di riferimento. Il personaggio con cui ci troviamo a che fare non è certo stereotipato e anzi, le caratteristiche principali del suo carattere sono delineate con precisione rendendo Celaena più vera e umana ai nostri occhi. Si tratta di una giovane donna che, quale miglior assassina del regno, non esita nel colpire mortalmente il nemico ma che al contempo non si vergogna nel commuoversi a teatro, perdendosi nella musica dell’orchestra. È una ragazza indipendente, scontrosa e letale, ma al contempo amante delle feste, leale e fragile.

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Gli altri personaggi, come il capo della Gilda Arobynn, l’assassino Sam e Ansel nel Deserto Rosso, non sono da meno e tengono testa all’irrispettosa protagonista con una personalità a tutto tondo, catapultandoci sin da subito nel mondo degli assassini.
Le novelle non sono tra di loro scollegate ma presentano un filo conduttore, mostrano tra loro una sinergia non indifferente che porta il lettore a volere sempre una pagina in più, in un crescendo di emozioni e lettura spasmodica, al fine di carpirne il più possibile. Se le prime cento pagine servono come punto di partenza, le restanti scivoleranno tra le vostre dita con una facilità impressionante, consentendovi giusto qualche secondo di pausa tra un capitolo e l’altro per elaborare la suspense e i numerosi colpi di scena (e al cuore). Ho divorato queste trecento pagine in una giornata con lo spasmodico desiderio di saperne sempre di più, pagina per pagina fino all’ultimo capitolo, tra le lacrime che il libro stesso ha generato.
Dire qualcosa di più significherebbe rischiare di incorrere in qualche spoiler, e mi conosco abbastanza bene da sapere che se amo alla follia qualcosa non smetto più di parlarne.
Era da veramente tanto tempo che un libro con mi stregava così, con questa vera e propria urgenza nel continuare la lettura: è stata un’esperienza intensa, ricca di sentimenti difficili da gestire che anche ora, a più di due settimane dalla conclusione, mi tormentano ancora. È questo ciò che io cerco in un libro, un mondo che mi trascini e coinvolga in un vortice di emozioni incontenibili.
E comunque il finale ti devasta psicologicamente.

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Voto finale: Un meritatissimo 5/5. Affermare di aver amato questo libro suppongo sia riduttivo.
Mi auguro di trovare le medesime caratteristiche ne “Il trono di ghiaccio” chedovevaesseredivetromaok e di avere un 2017 ricco di letture splendide come questa.

Poesia senza titolo perché altrimenti si capiva il finale

In città, se vago da sola,
Finisco sempre per perdermi:
Strade case negozi
Semafori cartelli colori
Sfuggono dalle catene
Della memoria, così
Io resto ferma, a studiare
Il mondo che scorre,
Senza più una meta certa.
Oggi mi sono persa a Milano,
Non so nemmeno che cercavo:
Forse un posto speciale,
Un qualche spettacolo da fotografare
Posti nascosti e segreti
Da esplorare.

Sul marciapiede
Un bambino mi guarda,
Vede un’anima in pena
Che cerca la via: mi guarda
Con quel suo cappello verde
Di lana sopra agli occhi
Dorati
Dal color delle stelle.
Sorride, puntandomi addosso
Quel suo sguardo impertinente
Fanciullesco e spaventoso.
È una cometa ridente
Che ora pure mi parla:

«Seconda Speranza a destra
Questo è il cammino,
E poi dritto
Fino a quel tombino.
Poi la strada la trovi da te…»

Si interrompe e
Corre via fingendo di volare,
Ne sono certa, le sue braccia
Ora sono ali brillanti.
Mi lascia lì in mezzo al trambusto
Cittadino alienante
Con una serie di domande
E lo sguardo un po’ perplesso:
Scuoto la testa, continuo
A camminare, fino a quando
Guardandomi attorno
Via della Speranza
È proprio sulla destra.
È la strada che imbocco,
Mani nelle tasche, proseguo
Spedita cercando la meta:
Vicolo cieco, serrande
Abbassate, in mezzo alla strada
Solo quel tombino
Dall’aria inconsueta.

Tra le fessure graticolate
E ferrose, la luce è accecante.
Finalmente vedo:
Tutti i sogni e le fantasie
Hanno forma concreta,
Così come tutte le cose
Che saprei definire solo a parole.
È così bello da spaventarmi,
Mi ritraggo credendola vana
Illusione, ma i colori dell’arcobaleno
Dall’anonimo tombino
Hanno il calore familiare della certezza.

Torno di notte, guardinga
E passo in mezzo alla triste
Desolazione: solo poveri
Coi cartoni, avvolti in coperte
Sudicie strappate sporche
Inutili
Per il freddo
Per la città
Per la vita che li congela
E che toglie.
Tutto.

Il mio tombino è ancora lì,
Lo raggiungo estasiata e
Lo alzo in fretta
Per sfuggire da qui
Da tutto
Dagli altri
E dal male che pervade:
Mi accoglie il tanfo
Di fogna, di acqua che ristagna
Perché il miracolo
Mi è sfuggito e ora rimane
Lo schifo di un tombino
Puzzolente.

Alzo gli occhi lucidi
E vedo un vecchio lacero
E stanco, eppure sul viso
Nascosto dalla folta barba
Bianca svettano gli occhi –
Come scordarli – dalla luce
Di stella.
«Te ne sei accorta, vero?»
Il sorriso è triste.
«Porta al mondo
Che non c’è.»

Recensione “Le lame di Myra” – Licia Troisi

Titolo: Le lame di Myra (La saga del Dominio)
Autrice: Licia Troisi
Casa editrice: Mondadori
Data d’uscita: 25 ottobre 2016
Pagine: 384
Prezzo libro: 19,00€
Prezzo ebook: 9,99€

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Questa copertina è arte pura. 

Ammetto che per questo libro ho avuto sin da subito parecchie aspettative, per il semplice fatto che si tratta di una storia di Licia Troisi, una delle mie autrici preferite. Leggendo la trama però, ho pensato che in condizioni normali, se mi fosse capitato di trovarlo in libreria senza conoscere la scrittrice, probabilmente non avrebbe catturato la mia attenzione: ciò che viene raccontato nella seconda di copertina in effetti lascia presagire poco della trama stuzzicando poco gli eventuali lettori. In ogni caso, in quel del Lucca Comics&Games mi sono fiondata ad acquistare la mia copia, così da averla autografata dalla mitica e simpaticissima scrittrice: ovviamente gioia e tripudio.

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Ecco LA testimonianza che tutto ciò è accaduto realmente!

Ora, avendo però finito Le lame di Myra, posso dire che la storia è davvero molto più di quel che appare, dunque mi auguro che sempre più persone possano leggerla e apprezzare l’ultima opera di una delle colonne del fantasy italiano.
Inizio a parlare però delle pecche, che purtroppo per una analisi imparziale vanno citate. Sarà che l’ho letto con una consapevolezza maggiore dovuta all’età, sarà che gli ho riservato una lettura più attenta e critica, ma comunque ciò che ho notato è che le storie della Troisi bene o male presentano delle caratteristiche ricorrenti: un’eroina come protagonista, un passato oscuro ad avvolgerla, una missione legata al suo destino da cui dipendono passato e futuro, draghi, un compagno maschile. Questi erano gli elementi che, quando ero un po’ più piccola, andavo volutamente a cercarmi per gradire di più la lettura, però per certi aspetti questo primo capitolo della Saga del Dominio assomiglia molto a Cronache/Guerre/Leggende del Mondo Emerso.
Tuttavia introduce molti altri aspetti innovativi nel panorama del fantasy, come una descrizione e caratterizzazione certosina del mondo in cui si ambienta la vicenda, una differenziazione deliziosa dei suoi abitanti, l’introduzione di nuove creature come gli Elementali e tante altre nuove idee. Ho amato questi particolari che rendono la lettura ancora più interessante e piacevole, così come la protagonista, per quanto simile a Nihal e Dubhe.
Lo stile della Troisi è apparentemente semplice e rende scorrevole il testo, riesce a non rendere per nulla pesanti anche una narrazione più ricca dal punto di vista terminologico.
In sintesi: aspetterò con ansia il seguito, anche perché OVVIAMENTE la storia si interrompe proprio sul cliffhanger, lasciando il lettore col fiato sospeso; nel mentre penso mi accontenterò di recuperare gli altri libri della scrittrice, come la saga dei Regni di Nashira, Pandora e i Dannati di Malva.

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Come volto finale sono alquanto indecisa, perché il libro mi è piaciuto ma non mi ha stregata. Quindi penso che il responso finale sia 3,5/5 stelline (avrei voluto dargli molto di più!), con un grande incoraggiamento per i prossimi capitoli di questa interessantissima nuova saga.

P.S. Licia, ti adoro e ammiro come persona e scrittrice. Non s’era capito vero?

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