Apologia dello studente di comunicazione

Nelle chiacchierate tra studenti e sul web imperversano da tempo immemore commenti ironici (anche se spesso maligni e senza intento goliardico) sulle cosiddette facoltà di “Scienze delle merendine“, definizione in cui, da quel che mi è parso capire, rientrano tutti i corsi universitari che iniziano appunto con la parola “scienze”, da cui quindi della comunicazione, formazione, educazione e Scienze politiche. Se poi qualche esperto in materia fosse così gentile da illuminarmi sulla correttezza dell’insieme da me elencato, gliene sarei alquanto grata.
Sono sempre stata la prima a ridere alle battute in questione, – adoro l’ironia ed è un male prendersi troppo sul serio – però si arriva ben presto al punto in cui la barzelletta, raccontata centinaia di volte, diventa ripetitiva e noiosa. E arriva anche il momento di alzare un po’ la voce e di farsi sentire.
Certo che mi sento presa in causa personalmente in merito alla faccenda, altrimenti forse non sarei qui a parlarne. Che poi il mio corso si chiama “Comunicazione e società” e ha poco a che spartire con Scienze della comunicazione, ma, dal momento che abbiamo una parola in comune e tutti mi associano inevitabilmente a quella facoltà (non che la cosa mi dia fastidio), tanto vale affrontare l’argomento una volta per tutte.

Ovviamente le “accuse” vengono mosse dagli studenti di quelle facoltà considerate superiori (sia dagli altri che dagli stessi frequentatori) quali Medicina, Ingegneria ed Economia, tanto per fare due – anzi tre – nomi. Ma andiamo per gradi.
Quando l’anno scorso sono entrata nel mondo universitario ho sperato per qualche settimana che la maturità fosse tale da allontanare quell’elitarismo tipico delle scuola secondaria, dovuto all’adolescenza e alla fallace percezione di invincibilità tipica di quell’età. Lungi da me fingere che io, studentessa del liceo Classico, non abbia sbandierato per quasi quattro anni la superiorità del mio percorso di studi rispetto agli altri licei, per non parlare dell’atteggiamento denigratorio che io e i miei compagni adottavamo nei confronti di istituti tecnici e professionali: si arriva però a un momento della propria vita in cui, complice anche la maturità anagrafica, si inizia a riflettere con più attenzione su quanto si dava per scontato. Nell’ultimo anno e mezzo di Classico ho notato con crescente rammarico che erano sorti istituti tecnici molto interessanti, simili al percorso che avrei voluto fare in futuro e che, se avessi avuto la possibilità di ritornare quattordicenne, avrei sicuramente scelto come scuola superiore. Il mio Liceo mi ha dato tanto in termini di preparazione e conoscenza, ma purtroppo mi ha anche tolto tanto tempo per vivere la mia adolescenza, per passare momenti in famiglia e per affrontare avventure stimolanti; lo sceglierei ancora e ancora poiché sono convinta che sia stata la scuola più adatta a me, ma mai dimenticherò il sentimento di inadeguatezza e impotenza che spesso mi sovrastava (benché io non sia mai stata rimandata in alcuna materia).

Questa divagazione biografica solo per dire che l’elitarismo è stupido già alle superiori, figuriamoci all’università. Anche perché vi è una bella differenza tra persona intelligente e persona istruita, ecco perché anche un ragazzo uscito dal professionale può essere brillante e magari avere più successo nella vita di uno che ha frequentato un liceo (cosa assolutamente non improbabile, visti alcuni soggetti con cui mi sono trovata ad avere a che fare): la differenza sostanziale sta nella predisposizione e nell’interesse per determinate materie o per una specifica professione.
Il medesimo discorso può essere applicato all’ambito universitario. Il fatto che io abbia deliberatamente scelto di evitare le facoltà “cardine”, considerate migliori per le prospettive lavorative, riguarda in parte una personale avversione per tuttele materie scientifiche, ma perlopiù si basa su un’idea ben precisa di ciò che desidero fare in futuro; sono sicura al 100% che non sarei MAI entrata a Medicina, in primis perché non nutro alcun interesse per quel lavoro, e in secondo luogo perché sono una capra nelle principali materie proposte. Eppure eccello nella scrittura e nelle materie umanistiche: questo fa dunque di me una persona stupida o mi concede qualche punto in più nella classifica stilata dai “migliori”? Non sono interessata a frequentare un corso solo per l’idea di un lavoro certo (che in questi anni è un’idea alquanto astratta), e se devo faticare di più per ottenere il posto dei miei sogni o sopportare le critiche infantile dei miei colleghi, be’, penso che ne valga la pena.
Ciò che mi auguro con tutto il cuore è che chi fa propri questi beceri insulti non sia un frustrato e infelice giovane adulto (come lo ero io alle superiori), renderebbe il tutto ancora più triste. Mi piacerebbe cercare una spiegazione valida e matura a questo comportamento, tuttavia so bene che la causa è puro e semplice elitarismo di massa, nulla di più. Ciò che non mi spiego è però l’indifferenza con cui vengono trattate altre facoltà umanistiche, ad esempio Lettere, Storia e Filosofia: è forse la loro importanza storica a proteggerle? Il loro ruolo istituzionale indirizza quindi le critiche verso le università più attuali e di nuova creazione?

Ad ogni modo, mi sembra doveroso chiudere questo discorso con una più mirata chiusura apologetica nei confronti del mio corso (ma il medesimo discorso vale anche per tutte le altre “Scienze delle merendine”). Nella mia facoltà si impara a guardare il mondo con occhi diversi e sensibili grazie all’ausilio della sociologia, si impara a comunicare in maniera appropriata con lo studio dell’informatica e dei media tradizionali e digitali, conosciamo il mondo contemporaneo tramite materie più attuali come economia, marketing, diritto e tecniche della ricerca sociale; tra i miei colleghi ci saranno i futuri giornalisti, esperti di comunicazione aziendale, social media manager, addetti all’editoria e tantissimi altri professionisti, a seconda dei propri desideri futuri.
Così come sono ancora convinta della grande difficoltà del liceo Classico, allo stesso modo penso che ci siano alcune università più complicate e dure da affrontare: questo però non crea le fondamenta per una guerriglia volta alla ricerca della facoltà migliore, dello studento più brillante. Esattamente come tutti gli altri passo la maggior parte del mio tempo a studiare, a darmi da fare per puntare al meglio poiché nessuno mi regala nulla, nè tantomeno intendo prendere sottogamba ciò che studio.
Che poi esistano parecchie persone poco serie in corsi di laurea come il mio, è tutto un altro discorso. Ho avuto modo di relazionarmi con persone ahimè non molto sveglie, ma allo stesso modo ho conosciuto ragazzi e ragazze ambiziosi, determinati e studiosi. Queste sono le caratteristiche che fanno la differenza nella vita, e il fatto che io le possegga (inutile mostrare finta modestia per inezie del genere) non mi fa assolutamente sentire da meno rispetto ai miei coetanei.
So cosa voglio fare nella vita, so come ottenerlo e ne sono orgogliosa perché speranzosamente lavorerò nell’editoria, scriverò e sarò felice. Lo auguro a ciascuno di voi: studiate ciò che vi fa emozionare con lo scopo di arrivare a fine giornata distrutti per le ore con la testa china sui libri, ma soddisfatti di chi siete.

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Una donna #miniracconto1

Inspiro. Espiro.

Mi piacerebbe sincronizzare il rumore dei miei passi sulla ghiaia con i battiti del cuore, ma in realtà mi piace anche bearmi delle dissonanze del mondo mentre corro. Musica violenta come il metal che ho nelle orecchie contro i suoni impercettibili del boschetto, l’odore ancora di estate quando il cielo si scurisce prima del dovuto.

Nel mio percorso incontro tantissime persone, le varietà umane più disparate: passeggiatori solitari, coppie inusuali, amiche segnate dall’età, ciclisti e padroni di piccoli e grandi cani, tutti in cerca di tranquillità e ristoro dalle fatiche quotidiane. Al solito tendo a salutare con un lieve cenno del capo o un piccolo sorriso gli altri corridori, mentre tendo a ignorare quelli che procedono al passo. Eppure li osservo sempre, e se si dimostrano amichevoli non disdegno certo loro il mio saluto.

Un passante attira la mia attenzione mentre respiro rumorosamente. È una donna, la classica anonima donna sovrappeso di mezza età, accompagnata dal cane: in realtà è lui a catturare il mio sguardo, d’altronde è grosso e peloso e sento l’irrefrenabile istinto di accarezzarlo, interrompendo la mia fatica quotidiana. In casi come questi, un abbozzo di sorriso al padrone è doveroso.

La signora tiene lo sguardo basso rivolto verso l’animale fulvo, i capelli scuri e poco curati ricadono come una capanna di liane davanti al suo volto. Mi sente arrivare e alza un po’ la testa. Il suono delle mie falcate è ben scandito e il respiro, anche se coperto dalla musica, immagino sia piuttosto irregolare.

Ora la posso guardare. Ma non vedo il colore degli occhi, la forma del naso e della bocca. Quello che vedo è solo il viola stinto del livido che le copre lo zigomo sinistro: potrebbe essere qualsiasi cosa – il frutto di una botta, caduta, incidente, disattenzione – ma il modo violento e spaventato con cui china di nuovo il capo al mio passaggio mi suggerisce la sola e unica spiegazione che avevo sentito come vera.

Mentre la supero riesco a percepirne la paura, la solitudine in cui annaspa e si rifugia durante le sue passeggiate nel bosco; il suo mondo si riempie di rosso viola marrone sporco e di dolore palpabile.

La vedo di nuovo, senza volto: l’ambiente è buio, l’unico spiraglio di luce proviene dalla porta collegata alla stanza adiacente, e lei rimane lì a coprirsi la faccia con le mani tremanti. Prima uno scatto, poi un cigolio ad annunciarne l’ingresso. L’uomo entra nella stanza da letto con passo al contempo pesante e traballante, armeggia con la chiave e con qualcos’altro che tiene tra le mani dure e callose.

Il petto della donna inizia ad alzarsi e abbassarsi sempre più veloce, in maniera frenetica e atterrita. Sente il fiato del marito vicino, lo sente come un appiccicoso e ripugnante alone sulla sua pelle mentre stringe forte gli occhi e si rannicchia a formare un bozzolo. Eccolo.

Inspira. E grida.

L’arte di correre

Settimana scorsa si è impossessata di me una malsana idea, qualcosa a cui la me di qualche anno avrebbe reagito con orrore e stupore: ho deciso di andare a correre ogni giorno, ogni mattina per circa 30/40 minuti, il tempo di ricoprire quei 5/6 km di percorso che sono solita fare.
Di per sé il desiderio di compiere uno sforzo fisico quotidiano mi è sempre stato molto estraneo, ancor di più se collocato nella fascia di orario mattutina, momento della giornata in cui la mia bassa pressione emerge con prepotenza e mi causa non pochi problemi per qualsiasi attività sportiva. Questi sono i motivi per cui questa decisione si è ben presto tramutata in una sfida personale, con tutti i risvolti psicologici del caso.

Correre inizialmente non mi piaceva granché, mio padre da appassionato corridore tentava invano di coinvolgere la pigra figlia che sono in un’attività che lui ha sempre amato. Faticavo a tenere il suo ritmo, la respirazione e il passo corretto. La volontà di correre l’ho manifestata circa tre anni fa quando ero ferma nella decisione di dimagrire: era estate, le palestre erano quasi tutte chiuse e volevo fare qualcosa che mi permettesse al contempo di gestire senza problemi i numerosi impegni estivi.
Così da dovere ben presto la corsa si è tramutata in un piacere: quando iniziava ad asfissiarmi il caldo estivo fuggivo dalla palestra e dai suoi orari limitanti e mi dedicavo a essa in un orario serale, momento in cui l’afa diminuiva sensibilmente e in cui potevo essere certa di non svenire in malo modo. È divenuto ben presto un rituale fondamentale nel corso dell’anno, correre la sera verso le 20/20.30 rappresentava la degna conclusione della giornata e una grande soddisfazione personale dal punto di vista fisico e mentale.

Dico mentale perché la corsa mi ha aiutato tanto a riflettere. Nel corso degli ultimi anni infatti ho imparato a incanalare lo sforzo fisico nella direzione del pensiero, isolando il corpo affaticato dalla mente incalzante. Questo mi ha permesso di pensare molto in uno stato di totale sospensione spaziale e temporale: percepisco sì la musica nelle orecchie, il suono dei passi sulla ghiaia, il calore sulla pelle o la bellezza del paesaggio circostante (vedi foto in evidenza), vi sono però lunghi minuti – talvolta l’intera sessione di corsa – in cui dimentico il movimento del mio corpo e il mondo attorno a me, finendo così per percepire solo il flusso fluttuante dei miei pensieri. Spesso sono sconnessi tra loro, non hanno filo logico e mi portano alle considerazioni più disparate. Ecco come negli ultimi tempi ho preso le mie decisioni più importanti.

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Così il desiderio di sfidare me stessa e i miei limiti ha trovato un perfetto compagno ne “L’arte di correre” di Haruki Murakami, scrittore a cui avevo intenzione di approcciarmi già da tempo. Ogni giorno dopo la mia corsetta mattutina leggo un capitolo del libro, incentrato sul rapporto dell’autore con la corsa a piedi rispetto al suo lavoro di scrittura quotidiana. È qualcosa che, in quanto aspirante scrittrice, mi colpisce e intriga in prima persona e lo stile elegante ma modesto di Murakami mi sta catturando giorno per giorno.
Amo la sfida che mi sono posta, amo correre e pensare e oltrepassare i miei limiti passati è qualcosa di oltremodo incoraggiante. Mi spinge a essere migliore, sempre più.

Non avrei mai voluto scrivere questa poesia

Sono sempre stata la tua bimba,
-Così dicevi tu tutto compiaciuto-
E stringendo al petto ampio il ricordo
Di una sedicenne smarrita
Hai ignorato il cambiamento e il tormento
Di trovarmi donna assai diversa
Dall’immagine che serbavi di me:
Le tue dita tra i miei lunghi capelli
Erano al contempo carezze e redini
Così per mostrarti che ero cambiata
Li ho tagliati,
Ma tu mi hai detto che sembravo
Ancora più piccola e bambina.
Non capivo se sbagliassi io
Ad attirare l’attenzione su quel momento
Assurdo estraneo di smarrimento
O eri tu a fingere che ancora tutto
Fosse uguale, soprattutto il sentimento.

Da ragazzi ci siamo trovati adulti
Nello spazio tra un bacio e il sesso,
Cresciuti insieme ma maturati lontani.
Forse ti ha fatto paura
Vedermi così donna nella testa
In contrasto con il volto fanciullesco
Che quella sera ti baciò
Dubbioso sotto la pioggia;
Forse ti ha infastidito
Quel passo in più che ci divideva,
Le mie certezze contro le tue insicurezze,
Ma speravo che, ancora una volta,
Tu mi raggiungessi
Afferrando stretta la mia mano.

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Ti ho camminato davanti
Per troppo tempo sicura
Che avresti colmato la solita distanza
O che comunque io ti avrei mostrato
La strada, quella a noi nota
Per proseguire fianco a fianco.
Ero convinta -perdonami per questo-
Di essermi voltata tutte le volte
Necessarie a illuminarti la via;
Ma nei momenti in cui stupidamente
Sono rimasta di spalle, attendendo,
Tu sei inciampato nel percorso
Distogliendo dalla mia nuca lo sguardo.
Hai incontrato un altro viso
E hai sbagliato strada, trovandoti
D’improvviso a un bivio:
I miei occhi o i suoi.
Ho scelto io per entrambi
Optando per l’addio tanto giusto
Quanto straziante
E ora il cuore tira strappandosi in due
Diverse direzioni
Come calamitato a due estremi:
Il consueto dolore di amare te
E l’impellente bisogno di amare me.

Felicità in poesia

La felicità ha il rumore
Dei raggi della bicicletta
E del vento che mi sferza le orecchie
Mentre pedalo

È anche il frinire dei grilli
E il ciottolato del sottobosco
Quando corro nella mia terra

Così come una sosta appagante
All’ombra del mio Duomo

Perché felicità è
Alzare lo sguardo dritto verso il cielo
E non stirare un sorriso
Ma indossarlo stropicciato e
Tutto tremolante per l’emozione.

(La foto in evidenza è un mio scatto di un tipico paesaggio brianzolo ♥)

Perdere per migliorarsi

Ritorno qui sul blog dopo mesi di silenzio per rispondere all’esigenza di buttare fuori tutte le parole che sento rimescolarsi tra testa petto e stomaco, a seconda della sensazione predominante e del momento che sto vivendo.

Nella mia vita sono sempre partita con la consapevolezza che nessuno meglio di me avrebbe mai capito come mi sentissi. Certo, molte situazioni nei loro caratteri più generali possono essere capite e sovrapposte al proprio background, eppure ciascuno reagisce agli eventi in una maniera del tutto personale, mai comprensibile fino in fondo a chi ci circonda: gli altri posso aiutarci a inquadrare ciò che proviamo, ma noi siamo gli unici a percepirlo con un’intensità che, in quanto tale, è unica e speciale. Si tratta comunque della visione soggettiva di una persona (alias: io) che raramente è scesa a compromessi e si è fatta aiutare, ma vi posso assicurare che perdere la bussola, le certezze e le speranze per il futuro capita anche alle persone che all’esterno si mostrano forti e indipendenti. Si tratta solo di raccogliere i cocci della propria anima e dimostrare che anche dentro si cela un drago.

È troppo facile chiudersi nella sofferenza e autocommiserarsi, proprio perché si tratta della decisione più comprensibile e socialmente accettabile. Perdere qualcosa e poi perdere se stessi amplifica il dolore, ma al contempo lo rende naturale e quasi giusto, meritevole: ammettere di sentirsi sperduti è il primo passo per un ritrovamento tanto potente quanto necessario.

Ho sempre vissuto pensando “non fare qualcosa di cui potresti pentirti in futuro”, ma non ho quasi mai considerato l’altro lato della medaglia: e oggi, ora come ora, trovo necessario dirmi sempre “fallo, in futuro potresti pentirti di non aver colto un’occasione”. I momenti che perdiamo sono tanti, vinti dalla vergogna o dalla paura per le conseguenze. Io sto scegliendo di non perdermi più nulla, o quantomeno di fare il possibile per non lasciarmi sfuggire esperienze e sensazioni nuove, che mi fanno sentire vive e felice di scoprire, annusare, provare emozioni, vedere il mondo nella sua annientante bellezza.

La frase di una canzone che adoro esemplifica bene quanto intendo dire:

“Hey, it’s alright! Does it make you feel alive? Don’t look back, live your life even if it’s only for tonight.”

Se lo struggente desiderio dell’essere umano è quello di essere felice, di vivere e sentirsi vivo, appagato, euforico, perché non provare qualche brivido, sentirsi se stessi e in comunione con l’intero universo? Ed è esattamente così che mi sento quando elimino le catene delle opinioni altrui, del dovere e delle aspettative, perché ciò che è giusto o sbagliato è spesso e volentieri relativo. Mi rende felice? Allora è molto alta la probabilità che sia la cosa giusta da fare (si escludono qui possibilità in cui la salute degli altri viene messa a repentaglio).

Tante, troppe volte ho messo al primo posto la gioia altrui, sia per una congenita sindrome della crocerossina sia per evitare un salto nel buio, spaventoso ma al contempo eccitante: privandomi dell’effettiva scelta decidevo ugualmente di rimuovere ulteriori preoccupazioni e paranoie. Ma ora come ora sono dell’idea che privarmi di una scelta, anche sofferta, in nome di una moralità superiore (decisa da chi poi? Il mio super io?) sia un inutile spreco, un’esperienza mancata nonché un piccolo atto di codardia.

E allora ogni giorno scrivo qualche verso per focalizzare ciò che sento, se sono infelice o di buon umore, se il sole mi stimola o preferisco il silenzio della mia camera. Nessuno può dirci chi siamo, capita anzi che nel momento di massima sicurezza sul proprio essere accada qualcosa di troppo grande, che sconvolge nel profondo. Quello è il momento perfetto per iniziare di nuovo ad ascoltarsi, tendendo un orecchio dritto verso il suono prodotto dai sentimenti accartocciati l’uno sull’altro; è il tempo della riscoperta e di una ricerca più accurata di quanto prima si dava per scontato.

Insomma: agisco per sentirmi viva, anche nel dolore e nella sofferenza, con l’intento di non rimpiangere mai più nulla.

Recensione “L’arte di essere fragili” – Alessandro D’Avenia

Titolo: L’arte di essere fragili
Autore: Alessandro D’Avenia
Genere: letteratura italiana
casa editrice: Mondadori
Data d’uscita: 30 ottobre 2016
Pagine: 216
Formato: rilegato
Prezzo libro: 19 €
Prezzo ebook: 9,99 €

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Trama: Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza. La sfida è lanciata, e ci riguarda tutti: Leopardi ha trovato nella poesia la sua ragione di vita, e noi? Qual è la passione in grado di farci sentire vivi in ogni fase della nostra esistenza? Quale bellezza vogliamo manifestare nel mondo, per poter dire alla fine: nulla è andato sprecato?

“Come Leopardi può salvarti la vita”, così recita il sottotitolo di questo libro. E forse è stata proprio questa frase a scoraggiare i più, magari persino persone che hanno letto come me altri libri di D’Avenia, apprezzandolo per la dolcezza con cui tratta temi non certo semplici. Eppure citare Leopardi scatena nell’italiano medio una reazione di scherno misto a disinteresse, perché quello che hanno conosciuto sui banchi di scuola (di per sé luogo pessimo per un incontro piacevole) era un uomo gobbo, sfigato e pessimista, nonché poeta che, diamine!, risulta una colpa atroce e porta a un infinito tedio sui libri. Purtroppo spesso si riesce a vedere solo ciò che ci viene presentato, senza prestare attenzione all’oltre, a tutte quelle cose che per comodità ci vengono nascoste o che, semplicemente, non riusciamo a vedere.

Giacomo Leopardi era un uomo eccezionale: mente brillante, cuore gentile e un immenso desiderio di amore e felicità. Questo in pochi lo sanno, in pochi realizzano che il tanto decantato “pessimismo cosmico” altro non è che un realismo crudo e sincero, che non fa altro che evidenziare quanto di bello c’è al mondo: la nostra stessa vita è un’inestimabile opera d’arte e i sogni e le speranze sono i pennelli che ne delineano i contorni. Relegare un personaggio del genere all’angolino dei poeti tristi è segno di un’incomprensione di fondo rispetto alle stesse idee che danno vita e sostengono il pensiero leopardiano. Vita, speranza, bellezza e morte. Se ancora non ne siete sicuri, D’Avenia vi darà la certezza definitiva.

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Questo libro (che non saprei se definire romanzo, saggio o racconto di vita) non è solo un inneggiare alle qualità del poeta: l’autore utilizza l’espediente della scrittura di lettere indirizzate allo stesso Leopardi, richiamandone le preziose riflessioni per dar voce a una sorta di prescrizione, medicina dell’anima, rivolta ai lettori. D’Avenia divide la sua opera in quattro distinte fasi essenziali nell’accettazione della fragilità umana: adolescenza, o arte di sperare; maturità, o arte di morire; riparazione, o arte di essere fragili; morire, o arte di rinascere. La ricerca del senso della vita si snoda in questo percorso esistenziale in cui la narrazione è un discorso molto intimo ed emotivo, carico di sensazioni potenti e della forza di esperienze importanti.

D’Avenia nel suo svelarci un Giacomo Leopardi umano, sensazionale nel suo genio, rivela al contempo un altro grande uomo: lui stesso. Alla nostra epoca servirebbero molti più professori del genere, che vedono negli adolescenti un germoglio di speranza, in grado di accogliere tra le mani il rapimento ancora puerile che dà la forza di osare, di immaginare. Egli inframmezza l’opera con racconti personali, storie legati a suoi studenti e a giovani che gli hanno scritto, mostra un lato delicato e sorprendente della scuola che risulta difficile credere vero. L’istruzione dovrebbe essere un momento di piacevole scoperta di noi stessi e del mondo che ci circonda, invece finisce per essere una gabbia incapace di comprendere i sogni che riempiono la testa dei ragazzi, e addirittura li distrugge riportando gli studenti allo stato primitivo di numeri inutili soggetti a una falsa apparenza di scadente meritocrazia. Alessandro D’Avenia rappresenta tutto ciò che la scuola italiana dovrebbe essere: curiosità, amore e nutrimento.

“L’arte di essere fragili” rappresenta un’importante lezione di vita per ragazzi, giovani adulti e persone più che mature, permettendo di cogliere diverse sfumature per ogni passaggio dell’esistenza umana.
La prosa è poetica, sognante e deliziosa, trascina in un vortice in cui la letteratura, la poesia e l’arte si mescolano in un concentrato unico di elevata bellezza. I capitoli sono brevi, e ne consiglio la lettura a piccole dosi, per apprezzare al meglio il significato più profondo di ogni singola parola, la cui scelta non è affatto casuale ed estetica. Le frasi da segnarsi durante la lettura sono decisamente troppe, tanto che quando avevo il libro in mano accanto a me avevo sempre matita e righello per poter sottolineare tutta la strabordante poesia insita nell’opera.

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Accettate di essere imperfetti, accettate la vostra natura di effimere creature umane. Accettate di avere in voi un grande potere: l’arte di essere fragili.

“Grazie, Giacomo, per avermi dato le parole per guardare nei posti giusti, negli angoli nascosti, le parole per dirmi, per conoscermi, per essere. Le parole per accettare che sono, come te, un infinito ferito.”