Idillio

Svegliarsi all’alba per la prima volta
tra quelle coltri complici
aveva il sapore di un sogno
di mezza estate,
i tuoi occhi velati a rivelarmi
l’effimera notte, astri rubati,
le labbra a schernire il molesto
risveglio, volatili stridenti
così ignari del riposo.
I primi raggi rosei destano
con un sobbalzo cuore e pensiero,
la testa già frastornata
da battiti incalzanti:
era ormai il sole spettatore
solo di quell’idillio sospirato.

Nutro per questo mio componimento un affetto particolare dal momento che mi ha permesso di ottenere il 6° posto al Concorso di poesia della città di Melegnano 2015, il primo (o meglio, definibile davvero tale) a cui ho partecipato.
Se non avessi a guidarmi in questa vita l’amore di un uomo straordinario, molte di queste poesie non esisterebbero.

L’ anoressia della letteratura – quando i libri perdono pagine

Distillato: agg. e s. m. [part. pass. di distillare]. – […] che è stato liberato dalle impurezze che l’accompagnavano, mediante processo di distillazione.

Verso la fine di dicembre l’ennesima trovata del mercato ha visto la luce sotto il nome di “libri distillati”, una collana pubblicata da Centauria (casa editrice del gruppo Rcs Libri): scopo principale di tale novità è permettere ai lettori fasulli o occasionali, come gli indaffarati business man e le madri stressate, di avvicinarsi alla lettura di quelli che prima sembravano solo pesanti mattoni pronti per essere impastati di calcestruzzo. Un salto in edicola per l’acquisto dell’immancabile Corriere o Vanity Fair ed ecco apparire, al modico prezzo di 3,90€, la rivelazione dell’anno che recita a caratteri cubitali la scritta “Abbiamo ridotto le pagine, non il piacere”: quale arguto motto pubblicitario!

Ed è così che grandi opere come “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson – tanto per citare uno dei best seller coinvolti in questo scempio – subiscono il tanto declamato processo di distillazione che riduce, come in questo caso, le 676 pagine iniziali a circa 240; altri autori come Margaret Mazzantini, Paolo Giordano, Dan Brown, Jon Green e Nicholas Sparks sono state le prime vittime sacrificali di questa proposta letteraria, e a breve sarà sotto il giogo persino Wilbur Smith con il suo “Il dio del fiume”.

Schermata 2016-11-05 alle 01.10.13.png Ed ecco un esempio di “distillazione” sul primo capitolo de “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

Stando a quanto detto dagli stessi ideatori del progetto, non si tratta di una riscrittura ma nemmeno di una versione tagliata, né tantomeno di un riassunto perché, come pazientemente spiega la frase ad effetto della situazione, ci troviamo di fronte a “distillati, non riassunti”. Tuttavia, un’occhiata anche poco attenta ad un capitolo delle due differenti versioni rivelerà immediatamente che, in fin dei conti, quello che loro hanno designato con un termine degno di marketing non è altro che un grossolano lavoro di taglia e cuci operato dalla squadra editoriale di Centauria.

Tristemente l’indagine di mercato che ha portato allo snellimento dei romanzi si basa anche sull’ultimo dato Istat disponibile, di certo non rassicurante, secondo il quale in Italia la lettura sta subendo un grave calo, dal 46.8% del 2010 al 41.4% del 2014: la funzionalità di questi libercoli starebbe dunque nel sopperire alla mancanza di tempo e voglia dell’italiano medio, il quale in condizioni normali non ha nemmeno l’ardire di allungare la mano verso volumi del genere. Per tutti coloro i quali leggere non equivale a respirare, esistono comunque immense librerie in cui cercare una lettura non impegnativa, leggera e che può essere conclusa in un numero non eccessivo di ore: tra i vasti scaffali ricolmi di parole è possibile trovare un particolare genere di opera che possa soddisfare ogni personalità, preferenza ed impedimento di sorta.

Ritengo che, tanto per unirmi al pensiero comune in merito alla dibattuta questione, la creazione dei libri distillati non sia altro che una barbara trovata, ed è proprio qui in Italia, quella che dovrebbe essere un’oasi di cultura, che è nato questo esperimento di mercato: aborrisco anche la semplice idea che a qualcuno sia venuto in mente di tagliuzzare e profanare pure manifestazioni artistiche, di distruggere senza remore la sinergia tra sintassi, punteggiatura e scelte lessicali attuate dall’autore. Qualsiasi scrittore sceglie con estrema accortezza ogni singola parola, controlla che il lettore rimanga intrappolato nella rete che egli stesso ha intessuto: è una danza sensuale e intensa quella che i due ballano, sbagliare un singolo passo significa perdere il ritmo. E dunque, una volta snaturato ed amputato il fondamentale processo di creazione che sta alla base dell’intera narrazione, cosa resterebbe se non un goffo tentativo di valzer, reso vano dall’assenza di musica?
L’autore, nel suo orchestrare l’intera composizione, dona alla creazione non solo gran parte del suo tempo da mortale, egli infatti imprime ed esprime tramite la penna o le lettere della tastiera qualcosa di unico ed irripetibile; l’arte è tangibile proprio lì tra quelle righe ricercate, nello stile caratteristico della persona, la storia che è personale, sua, come una figlia tanto attesa. Non comprendo, non mi capacito di come possa essere accettabile per un uomo, a prescindere dalla sua posizione di lettore o scrittore, vedere un corpus unico tramutarsi in un puzzle frammentario, magari un po’ di testa e le due gambe, giusto per dare l’apparenza che la struttura possa ancora reggersi in piedi dignitosamente.

Nei libri non esiste alcunché di superfluo, nulla che possa essere ritenuto essenziale o meno poiché i loro creatori così li hanno generati, e tali devono necessariamente rimanere; se i critici d’arte ritenessero superflui alcune parti di statua, dovremmo dunque eliminarne un pezzo poiché “distillabile”?

Il popolo della rete sembra pronunciarsi abbastanza chiaramente in merito alla faccenda, alzando con tono di sdegno ed insofferenza una protesta per quello che, indubbiamente, è un ulteriore passo verso il deperimento culturale.

«Che io di distillata conoscevo solo la grappa, e nemmeno troppo bene.» (Wired.it)

Provando a dire cose sensate su questo blog

Innanzitutto, perché “Enjambemind”? Una persona mi ha detto che è proprio un nome nel mio stile, ed io a quel commento ho sorriso soddisfatta.
Bisogna dunque premettere che questa parola nasce dal mio immenso amore per la poesia, come vi renderete ben presto conto se continuerete a leggere questo blog in futuro: in realtà all’inizio volevo utilizzare una figura retorica che mi rappresentasse ed avevo subito pensato all’ossimoro, rendendomi però conto della scarsa musicalità del termine anche in lingue differenti. Così, pensando all’eccessivo utilizzo che ne faccio nei miei versi, la mia attenzione è andata sul francese enjambement. Ovviamente in francese “mente” non si traduce con ment, ho semplicemente deciso di andare a somiglianza fonetica con la nostra lingua, cambiando poi quest’ultima parte con il corrispettivo inglese “mind”. È un gioco di parole un po’ sciocco che però credo mi si addica molto essendo strano, poetico e macchinoso.
Quindi chi sono io? La persona che scrive qui è un gioco della mente, un andare a capo continuo
senza sosta
verso nuovi orizzonti.

Da piccola ero convinta che da grande sarei divenuta una scienziata, ma ben presto mi resi conto che la mia strada era un’altra: scrivere. Leggo sin da quando ho memoria qualsiasi cosa capiti sotto il mio sguardo e questo grande amore mi ha permesso di comprendere questa necessità di comunicare, esprimermi ed emozionare.
Ho 19 anni, sono prossima alla maturità Classica e ho di fronte a me un mondo che ogni giorno mostra sfumature diverse, cangianti, ed io non vedo l’ora di scoprirlo. Sono giovane e ho ancora molto da imparare, ma spero che le mie parole vi trasportino all’interno del mio piccolo universo.

J.