La poesia è cura dei miei mali

L’illusione che una qualche gratificazione potesse giungere da un momento all’altro è una condizione di vita che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni del liceo e, proprio in qualità di elemento immaginario, è arrivato sotto forma di certezza unicamente in ambiti ben diversi da quello scolastico. Certo, ho avuto l’immenso onore di poter essere la direttrice del giornalino d’istituto, ma in ogni caso il riconoscimento del ruolo è giunto dai miei pari, e non da quei professori che ho sempre guardato con sospetto; e, benché il nostro “Bartolomeo” appartenga al mondo della scuola, è sempre stato violentemente osteggiato dalla stessa. In conclusione: ciò che era illusione è rimasto tale fino all’ultimo passo in quell’edificio antico ed opprimente.

Non ricordo con precisione quando iniziai a scrivere composizioni, rammento solo che la mia maestra di italiano delle elementari stimolava noi tutti con lavori di questo genere. Mi piaceva scrivere, dunque trovare la poesia fu come il passo fondamentale per la mia crescita personale. Leggevo molto, forse troppo ed in maniera quasi compulsiva, tanto che mia madre era obbligata a strapparmi il libro di mano per ricordarmi di mangiare, che esisteva un mondo al di fuori delle mie lettere d’inchiostro.

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Questa pagina è l’incipit di un fantastico libretto che le mie maestre delle elementari confezionarono per ciascuno di noi. Ancora oggi posso notare come il mio nome mi appartenga davvero.

La mia grande soddisfazione è giunta proprio all’inizio di questo 2016, ottenendo (come ho già detto in un precedente articolo) il sesto posto nel concorso di poesia “Città di Melegnano 2015”. La mia posizione potrebbe non sembrare eccezionale, ma per una diciottenne nella fase di crisi esistenziale della maturità Classica, classificarsi tra i primi dieci su circa ottanta componimenti è un grande traguardo.

E insomma, a distrarmi da questo futile autocommiserarmi (che ovviamente ora va scemando, visto che sono felicemente libera ed in vacanza) è arrivata tra le mani del postino la mia eterna fonte di salvezza: la poesia. Aspettavo da mesi questo momento, ed ora che finalmente tengo tra le mani l’antologia del premio non mi sembra quasi vero. C’è la foto della premiazione, la motivazione del giurato e la mia stessa piccola opera, “Idillio”, con tanto di piccola biografia ed il mio faccione in alto a destra. (Certo che potevo pensarci un attimo primo di scegliere la fototessera…)

 

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(La cosa divertente è che mi diletto con una Canon ma non so fare le foto dritte.)

L’emozione che ho provato nell’ottenere finalmente questo piccolo libricino è immensa ed indescrivibile (ma forse in poesia potrei rendere bene l’idea), ed in me si fa sempre più grande il desiderio che, un giorno, su di un libellum (lo so, sono fissata con Catullo ed anche con queste parentesi) del genere possa esserci il mio nome come unica autrice, che il pubblico, seppur esiguo, possa trarre dalle mie composizioni un nutrimento per l’anima…esattamente come faccio io.
Sono felice di poter leggere le altre opere vincitrici e non, così da riempirmi il cuore di gioia poetica e naufragare in un mare di parole delicate.

Ed ogni affanno,
al suono dolce del mortaio
che scompone la sostanza,
è vano pasto in solitudine.

 

Vita da invertebrati

Mi sono svegliata ancora
Una volta, sotto la pioggia
Perché l’occhio ciclopico del cielo
Era nuovamente accecato;
Eppure stamattina ancora
Una volta la colpa
Non è di Nessuno.

L’autista infernale ci guida,
Ma a fatica, e la pioggia fa
Tic-plic sull’asfalto bagnato
Che ormai è Acheronte:
I dannati, incatenati sin dalla sveglia,
Siamo noi.

Ci dicono che questa scuola
Forma
E dà sostanza, ma
Se invece a me ferma, che facciamo?,
Perché tanto il mondo si rassegna.

Allora mi incazzo
Finendo per cozzare a guisa
di vongola contro quei vostri
Postulati da gettare subito
Nella pattumiera,
Proprio quando senza pentirvi
Non ci fate sentire altro che
Spazzatura.

E la materia
Tanto decantata nient’altro è
Che quella di un mollusco
Ornato di armatura,
Il cartonato di corazza
Che ci costruiamo,
Per non strisciare schiavi del sistema.
Invece viscidi,
Voi che non avete neanche alzato
Le armi, ve ne state spogli
Come d’estate
Senza nemmeno il rimorso
Del codardo;

Io da nuda come un mollusco
Faccio solo la doccia e l’amore -e questo
A volte con qualche indumento,
Un calzino, che persino qualsiasi
Invertebrato saprebbe che è l’antisesso-
Però certo non rimango inerte
Di fronte al nemico.

Ma io, datemene almeno il tempo,
In questo mare senza spina dorsale
Sarò l’ostrica del fondale.

 

N.B. Questa l’ho scritta a maggio nel pieno della disperazione da fine del liceo. Ora che fra due giorni ho l’orale della maturità, mi sembra di avere l’umore adatto a pubblicarla.
(E il mollusco marino in alto è troppo carino.)