Perdere per migliorarsi

Ritorno qui sul blog dopo mesi di silenzio per rispondere all’esigenza di buttare fuori tutte le parole che sento rimescolarsi tra testa petto e stomaco, a seconda della sensazione predominante e del momento che sto vivendo.

Nella mia vita sono sempre partita con la consapevolezza che nessuno meglio di me avrebbe mai capito come mi sentissi. Certo, molte situazioni nei loro caratteri più generali possono essere capite e sovrapposte al proprio background, eppure ciascuno reagisce agli eventi in una maniera del tutto personale, mai comprensibile fino in fondo a chi ci circonda: gli altri posso aiutarci a inquadrare ciò che proviamo, ma noi siamo gli unici a percepirlo con un’intensità che, in quanto tale, è unica e speciale. Si tratta comunque della visione soggettiva di una persona (alias: io) che raramente è scesa a compromessi e si è fatta aiutare, ma vi posso assicurare che perdere la bussola, le certezze e le speranze per il futuro capita anche alle persone che all’esterno si mostrano forti e indipendenti. Si tratta solo di raccogliere i cocci della propria anima e dimostrare che anche dentro si cela un drago.

È troppo facile chiudersi nella sofferenza e autocommiserarsi, proprio perché si tratta della decisione più comprensibile e socialmente accettabile. Perdere qualcosa e poi perdere se stessi amplifica il dolore, ma al contempo lo rende naturale e quasi giusto, meritevole: ammettere di sentirsi sperduti è il primo passo per un ritrovamento tanto potente quanto necessario.

Ho sempre vissuto pensando “non fare qualcosa di cui potresti pentirti in futuro”, ma non ho quasi mai considerato l’altro lato della medaglia: e oggi, ora come ora, trovo necessario dirmi sempre “fallo, in futuro potresti pentirti di non aver colto un’occasione”. I momenti che perdiamo sono tanti, vinti dalla vergogna o dalla paura per le conseguenze. Io sto scegliendo di non perdermi più nulla, o quantomeno di fare il possibile per non lasciarmi sfuggire esperienze e sensazioni nuove, che mi fanno sentire vive e felice di scoprire, annusare, provare emozioni, vedere il mondo nella sua annientante bellezza.

La frase di una canzone che adoro esemplifica bene quanto intendo dire:

“Hey, it’s alright! Does it make you feel alive? Don’t look back, live your life even if it’s only for tonight.”

Se lo struggente desiderio dell’essere umano è quello di essere felice, di vivere e sentirsi vivo, appagato, euforico, perché non provare qualche brivido, sentirsi se stessi e in comunione con l’intero universo? Ed è esattamente così che mi sento quando elimino le catene delle opinioni altrui, del dovere e delle aspettative, perché ciò che è giusto o sbagliato è spesso e volentieri relativo. Mi rende felice? Allora è molto alta la probabilità che sia la cosa giusta da fare (si escludono qui possibilità in cui la salute degli altri viene messa a repentaglio).

Tante, troppe volte ho messo al primo posto la gioia altrui, sia per una congenita sindrome della crocerossina sia per evitare un salto nel buio, spaventoso ma al contempo eccitante: privandomi dell’effettiva scelta decidevo ugualmente di rimuovere ulteriori preoccupazioni e paranoie. Ma ora come ora sono dell’idea che privarmi di una scelta, anche sofferta, in nome di una moralità superiore (decisa da chi poi? Il mio super io?) sia un inutile spreco, un’esperienza mancata nonché un piccolo atto di codardia.

E allora ogni giorno scrivo qualche verso per focalizzare ciò che sento, se sono infelice o di buon umore, se il sole mi stimola o preferisco il silenzio della mia camera. Nessuno può dirci chi siamo, capita anzi che nel momento di massima sicurezza sul proprio essere accada qualcosa di troppo grande, che sconvolge nel profondo. Quello è il momento perfetto per iniziare di nuovo ad ascoltarsi, tendendo un orecchio dritto verso il suono prodotto dai sentimenti accartocciati l’uno sull’altro; è il tempo della riscoperta e di una ricerca più accurata di quanto prima si dava per scontato.

Insomma: agisco per sentirmi viva, anche nel dolore e nella sofferenza, con l’intento di non rimpiangere mai più nulla.

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