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Apologia dello studente di comunicazione

Nelle chiacchierate tra studenti e sul web imperversano da tempo immemore commenti ironici (anche se spesso maligni e senza intento goliardico) sulle cosiddette facoltà di “Scienze delle merendine“, definizione in cui, da quel che mi è parso capire, rientrano tutti i corsi universitari che iniziano appunto con la parola “scienze”, da cui quindi della comunicazione, formazione, educazione e Scienze politiche. Se poi qualche esperto in materia fosse così gentile da illuminarmi sulla correttezza dell’insieme da me elencato, gliene sarei alquanto grata.
Sono sempre stata la prima a ridere alle battute in questione, – adoro l’ironia ed è un male prendersi troppo sul serio – però si arriva ben presto al punto in cui la barzelletta, raccontata centinaia di volte, diventa ripetitiva e noiosa. E arriva anche il momento di alzare un po’ la voce e di farsi sentire.
Certo che mi sento presa in causa personalmente in merito alla faccenda, altrimenti forse non sarei qui a parlarne. Che poi il mio corso si chiama “Comunicazione e società” e ha poco a che spartire con Scienze della comunicazione, ma, dal momento che abbiamo una parola in comune e tutti mi associano inevitabilmente a quella facoltà (non che la cosa mi dia fastidio), tanto vale affrontare l’argomento una volta per tutte.

Ovviamente le “accuse” vengono mosse dagli studenti di quelle facoltà considerate superiori (sia dagli altri che dagli stessi frequentatori) quali Medicina, Ingegneria ed Economia, tanto per fare due – anzi tre – nomi. Ma andiamo per gradi.
Quando l’anno scorso sono entrata nel mondo universitario ho sperato per qualche settimana che la maturità fosse tale da allontanare quell’elitarismo tipico delle scuola secondaria, dovuto all’adolescenza e alla fallace percezione di invincibilità tipica di quell’età. Lungi da me fingere che io, studentessa del liceo Classico, non abbia sbandierato per quasi quattro anni la superiorità del mio percorso di studi rispetto agli altri licei, per non parlare dell’atteggiamento denigratorio che io e i miei compagni adottavamo nei confronti di istituti tecnici e professionali: si arriva però a un momento della propria vita in cui, complice anche la maturità anagrafica, si inizia a riflettere con più attenzione su quanto si dava per scontato. Nell’ultimo anno e mezzo di Classico ho notato con crescente rammarico che erano sorti istituti tecnici molto interessanti, simili al percorso che avrei voluto fare in futuro e che, se avessi avuto la possibilità di ritornare quattordicenne, avrei sicuramente scelto come scuola superiore. Il mio Liceo mi ha dato tanto in termini di preparazione e conoscenza, ma purtroppo mi ha anche tolto tanto tempo per vivere la mia adolescenza, per passare momenti in famiglia e per affrontare avventure stimolanti; lo sceglierei ancora e ancora poiché sono convinta che sia stata la scuola più adatta a me, ma mai dimenticherò il sentimento di inadeguatezza e impotenza che spesso mi sovrastava (benché io non sia mai stata rimandata in alcuna materia).

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Questa divagazione biografica solo per dire che l’elitarismo è stupido già alle superiori, figuriamoci all’università. Anche perché vi è una bella differenza tra persona intelligente e persona istruita, ecco perché anche un ragazzo uscito dal professionale può essere brillante e magari avere più successo nella vita di uno che ha frequentato un liceo (cosa assolutamente non improbabile, visti alcuni soggetti con cui mi sono trovata ad avere a che fare): la differenza sostanziale sta nella predisposizione e nell’interesse per determinate materie o per una specifica professione.
Il medesimo discorso può essere applicato all’ambito universitario. Il fatto che io abbia deliberatamente scelto di evitare le facoltà “cardine”, considerate migliori per le prospettive lavorative, riguarda in parte una personale avversione per tuttele materie scientifiche, ma perlopiù si basa su un’idea ben precisa di ciò che desidero fare in futuro; sono sicura al 100% che non sarei MAI entrata a Medicina, in primis perché non nutro alcun interesse per quel lavoro, e in secondo luogo perché sono una capra nelle principali materie proposte. Eppure eccello nella scrittura e nelle materie umanistiche: questo fa dunque di me una persona stupida o mi concede qualche punto in più nella classifica stilata dai “migliori”? Non sono interessata a frequentare un corso solo per l’idea di un lavoro certo (che in questi anni è un’idea alquanto astratta), e se devo faticare di più per ottenere il posto dei miei sogni o sopportare le critiche infantile dei miei colleghi, be’, penso che ne valga la pena.
Ciò che mi auguro con tutto il cuore è che chi fa propri questi beceri insulti non sia un frustrato e infelice giovane adulto (come lo ero io alle superiori), renderebbe il tutto ancora più triste. Mi piacerebbe cercare una spiegazione valida e matura a questo comportamento, tuttavia so bene che la causa è puro e semplice elitarismo di massa, nulla di più. Ciò che non mi spiego è però l’indifferenza con cui vengono trattate altre facoltà umanistiche, ad esempio Lettere, Storia e Filosofia: è forse la loro importanza storica a proteggerle? Il loro ruolo istituzionale indirizza quindi le critiche verso le università più attuali e di nuova creazione?

Ad ogni modo, mi sembra doveroso chiudere questo discorso con una più mirata chiusura apologetica nei confronti del mio corso (ma il medesimo discorso vale anche per tutte le altre “Scienze delle merendine”). Nella mia facoltà si impara a guardare il mondo con occhi diversi e sensibili grazie all’ausilio della sociologia, si impara a comunicare in maniera appropriata con lo studio dell’informatica e dei media tradizionali e digitali, conosciamo il mondo contemporaneo tramite materie più attuali come economia, marketing, diritto e tecniche della ricerca sociale; tra i miei colleghi ci saranno i futuri giornalisti, esperti di comunicazione aziendale, social media manager, addetti all’editoria e tantissimi altri professionisti, a seconda dei propri desideri futuri.
Così come sono ancora convinta della grande difficoltà del liceo Classico, allo stesso modo penso che ci siano alcune università più complicate e dure da affrontare: questo però non crea le fondamenta per una guerriglia volta alla ricerca della facoltà migliore, dello studento più brillante. Esattamente come tutti gli altri passo la maggior parte del mio tempo a studiare, a darmi da fare per puntare al meglio poiché nessuno mi regala nulla, nè tantomeno intendo prendere sottogamba ciò che studio.
Che poi esistano parecchie persone poco serie in corsi di laurea come il mio, è tutto un altro discorso. Ho avuto modo di relazionarmi con persone ahimè non molto sveglie, ma allo stesso modo ho conosciuto ragazzi e ragazze ambiziosi, determinati e studiosi. Queste sono le caratteristiche che fanno la differenza nella vita, e il fatto che io le possegga (inutile mostrare finta modestia per inezie del genere) non mi fa assolutamente sentire da meno rispetto ai miei coetanei.
So cosa voglio fare nella vita, so come ottenerlo e ne sono orgogliosa perché speranzosamente lavorerò nell’editoria, scriverò e sarò felice. Lo auguro a ciascuno di voi: studiate ciò che vi fa emozionare con lo scopo di arrivare a fine giornata distrutti per le ore con la testa china sui libri, ma soddisfatti di chi siete.

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