Apologia dello studente di comunicazione

Nelle chiacchierate tra studenti e sul web imperversano da tempo immemore commenti ironici (anche se spesso maligni e senza intento goliardico) sulle cosiddette facoltà di “Scienze delle merendine“, definizione in cui, da quel che mi è parso capire, rientrano tutti i corsi universitari che iniziano appunto con la parola “scienze”, da cui quindi della comunicazione, formazione, educazione e Scienze politiche. Se poi qualche esperto in materia fosse così gentile da illuminarmi sulla correttezza dell’insieme da me elencato, gliene sarei alquanto grata.
Sono sempre stata la prima a ridere alle battute in questione, – adoro l’ironia ed è un male prendersi troppo sul serio – però si arriva ben presto al punto in cui la barzelletta, raccontata centinaia di volte, diventa ripetitiva e noiosa. E arriva anche il momento di alzare un po’ la voce e di farsi sentire.
Certo che mi sento presa in causa personalmente in merito alla faccenda, altrimenti forse non sarei qui a parlarne. Che poi il mio corso si chiama “Comunicazione e società” e ha poco a che spartire con Scienze della comunicazione, ma, dal momento che abbiamo una parola in comune e tutti mi associano inevitabilmente a quella facoltà (non che la cosa mi dia fastidio), tanto vale affrontare l’argomento una volta per tutte.

Ovviamente le “accuse” vengono mosse dagli studenti di quelle facoltà considerate superiori (sia dagli altri che dagli stessi frequentatori) quali Medicina, Ingegneria ed Economia, tanto per fare due – anzi tre – nomi. Ma andiamo per gradi.
Quando l’anno scorso sono entrata nel mondo universitario ho sperato per qualche settimana che la maturità fosse tale da allontanare quell’elitarismo tipico delle scuola secondaria, dovuto all’adolescenza e alla fallace percezione di invincibilità tipica di quell’età. Lungi da me fingere che io, studentessa del liceo Classico, non abbia sbandierato per quasi quattro anni la superiorità del mio percorso di studi rispetto agli altri licei, per non parlare dell’atteggiamento denigratorio che io e i miei compagni adottavamo nei confronti di istituti tecnici e professionali: si arriva però a un momento della propria vita in cui, complice anche la maturità anagrafica, si inizia a riflettere con più attenzione su quanto si dava per scontato. Nell’ultimo anno e mezzo di Classico ho notato con crescente rammarico che erano sorti istituti tecnici molto interessanti, simili al percorso che avrei voluto fare in futuro e che, se avessi avuto la possibilità di ritornare quattordicenne, avrei sicuramente scelto come scuola superiore. Il mio Liceo mi ha dato tanto in termini di preparazione e conoscenza, ma purtroppo mi ha anche tolto tanto tempo per vivere la mia adolescenza, per passare momenti in famiglia e per affrontare avventure stimolanti; lo sceglierei ancora e ancora poiché sono convinta che sia stata la scuola più adatta a me, ma mai dimenticherò il sentimento di inadeguatezza e impotenza che spesso mi sovrastava (benché io non sia mai stata rimandata in alcuna materia).

Questa divagazione biografica solo per dire che l’elitarismo è stupido già alle superiori, figuriamoci all’università. Anche perché vi è una bella differenza tra persona intelligente e persona istruita, ecco perché anche un ragazzo uscito dal professionale può essere brillante e magari avere più successo nella vita di uno che ha frequentato un liceo (cosa assolutamente non improbabile, visti alcuni soggetti con cui mi sono trovata ad avere a che fare): la differenza sostanziale sta nella predisposizione e nell’interesse per determinate materie o per una specifica professione.
Il medesimo discorso può essere applicato all’ambito universitario. Il fatto che io abbia deliberatamente scelto di evitare le facoltà “cardine”, considerate migliori per le prospettive lavorative, riguarda in parte una personale avversione per tuttele materie scientifiche, ma perlopiù si basa su un’idea ben precisa di ciò che desidero fare in futuro; sono sicura al 100% che non sarei MAI entrata a Medicina, in primis perché non nutro alcun interesse per quel lavoro, e in secondo luogo perché sono una capra nelle principali materie proposte. Eppure eccello nella scrittura e nelle materie umanistiche: questo fa dunque di me una persona stupida o mi concede qualche punto in più nella classifica stilata dai “migliori”? Non sono interessata a frequentare un corso solo per l’idea di un lavoro certo (che in questi anni è un’idea alquanto astratta), e se devo faticare di più per ottenere il posto dei miei sogni o sopportare le critiche infantile dei miei colleghi, be’, penso che ne valga la pena.
Ciò che mi auguro con tutto il cuore è che chi fa propri questi beceri insulti non sia un frustrato e infelice giovane adulto (come lo ero io alle superiori), renderebbe il tutto ancora più triste. Mi piacerebbe cercare una spiegazione valida e matura a questo comportamento, tuttavia so bene che la causa è puro e semplice elitarismo di massa, nulla di più. Ciò che non mi spiego è però l’indifferenza con cui vengono trattate altre facoltà umanistiche, ad esempio Lettere, Storia e Filosofia: è forse la loro importanza storica a proteggerle? Il loro ruolo istituzionale indirizza quindi le critiche verso le università più attuali e di nuova creazione?

Ad ogni modo, mi sembra doveroso chiudere questo discorso con una più mirata chiusura apologetica nei confronti del mio corso (ma il medesimo discorso vale anche per tutte le altre “Scienze delle merendine”). Nella mia facoltà si impara a guardare il mondo con occhi diversi e sensibili grazie all’ausilio della sociologia, si impara a comunicare in maniera appropriata con lo studio dell’informatica e dei media tradizionali e digitali, conosciamo il mondo contemporaneo tramite materie più attuali come economia, marketing, diritto e tecniche della ricerca sociale; tra i miei colleghi ci saranno i futuri giornalisti, esperti di comunicazione aziendale, social media manager, addetti all’editoria e tantissimi altri professionisti, a seconda dei propri desideri futuri.
Così come sono ancora convinta della grande difficoltà del liceo Classico, allo stesso modo penso che ci siano alcune università più complicate e dure da affrontare: questo però non crea le fondamenta per una guerriglia volta alla ricerca della facoltà migliore, dello studento più brillante. Esattamente come tutti gli altri passo la maggior parte del mio tempo a studiare, a darmi da fare per puntare al meglio poiché nessuno mi regala nulla, nè tantomeno intendo prendere sottogamba ciò che studio.
Che poi esistano parecchie persone poco serie in corsi di laurea come il mio, è tutto un altro discorso. Ho avuto modo di relazionarmi con persone ahimè non molto sveglie, ma allo stesso modo ho conosciuto ragazzi e ragazze ambiziosi, determinati e studiosi. Queste sono le caratteristiche che fanno la differenza nella vita, e il fatto che io le possegga (inutile mostrare finta modestia per inezie del genere) non mi fa assolutamente sentire da meno rispetto ai miei coetanei.
So cosa voglio fare nella vita, so come ottenerlo e ne sono orgogliosa perché speranzosamente lavorerò nell’editoria, scriverò e sarò felice. Lo auguro a ciascuno di voi: studiate ciò che vi fa emozionare con lo scopo di arrivare a fine giornata distrutti per le ore con la testa china sui libri, ma soddisfatti di chi siete.

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L’arte di correre

Settimana scorsa si è impossessata di me una malsana idea, qualcosa a cui la me di qualche anno avrebbe reagito con orrore e stupore: ho deciso di andare a correre ogni giorno, ogni mattina per circa 30/40 minuti, il tempo di ricoprire quei 5/6 km di percorso che sono solita fare.
Di per sé il desiderio di compiere uno sforzo fisico quotidiano mi è sempre stato molto estraneo, ancor di più se collocato nella fascia di orario mattutina, momento della giornata in cui la mia bassa pressione emerge con prepotenza e mi causa non pochi problemi per qualsiasi attività sportiva. Questi sono i motivi per cui questa decisione si è ben presto tramutata in una sfida personale, con tutti i risvolti psicologici del caso.

Correre inizialmente non mi piaceva granché, mio padre da appassionato corridore tentava invano di coinvolgere la pigra figlia che sono in un’attività che lui ha sempre amato. Faticavo a tenere il suo ritmo, la respirazione e il passo corretto. La volontà di correre l’ho manifestata circa tre anni fa quando ero ferma nella decisione di dimagrire: era estate, le palestre erano quasi tutte chiuse e volevo fare qualcosa che mi permettesse al contempo di gestire senza problemi i numerosi impegni estivi.
Così da dovere ben presto la corsa si è tramutata in un piacere: quando iniziava ad asfissiarmi il caldo estivo fuggivo dalla palestra e dai suoi orari limitanti e mi dedicavo a essa in un orario serale, momento in cui l’afa diminuiva sensibilmente e in cui potevo essere certa di non svenire in malo modo. È divenuto ben presto un rituale fondamentale nel corso dell’anno, correre la sera verso le 20/20.30 rappresentava la degna conclusione della giornata e una grande soddisfazione personale dal punto di vista fisico e mentale.

Dico mentale perché la corsa mi ha aiutato tanto a riflettere. Nel corso degli ultimi anni infatti ho imparato a incanalare lo sforzo fisico nella direzione del pensiero, isolando il corpo affaticato dalla mente incalzante. Questo mi ha permesso di pensare molto in uno stato di totale sospensione spaziale e temporale: percepisco sì la musica nelle orecchie, il suono dei passi sulla ghiaia, il calore sulla pelle o la bellezza del paesaggio circostante (vedi foto in evidenza), vi sono però lunghi minuti – talvolta l’intera sessione di corsa – in cui dimentico il movimento del mio corpo e il mondo attorno a me, finendo così per percepire solo il flusso fluttuante dei miei pensieri. Spesso sono sconnessi tra loro, non hanno filo logico e mi portano alle considerazioni più disparate. Ecco come negli ultimi tempi ho preso le mie decisioni più importanti.

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Così il desiderio di sfidare me stessa e i miei limiti ha trovato un perfetto compagno ne “L’arte di correre” di Haruki Murakami, scrittore a cui avevo intenzione di approcciarmi già da tempo. Ogni giorno dopo la mia corsetta mattutina leggo un capitolo del libro, incentrato sul rapporto dell’autore con la corsa a piedi rispetto al suo lavoro di scrittura quotidiana. È qualcosa che, in quanto aspirante scrittrice, mi colpisce e intriga in prima persona e lo stile elegante ma modesto di Murakami mi sta catturando giorno per giorno.
Amo la sfida che mi sono posta, amo correre e pensare e oltrepassare i miei limiti passati è qualcosa di oltremodo incoraggiante. Mi spinge a essere migliore, sempre più.

Perdere per migliorarsi

Ritorno qui sul blog dopo mesi di silenzio per rispondere all’esigenza di buttare fuori tutte le parole che sento rimescolarsi tra testa petto e stomaco, a seconda della sensazione predominante e del momento che sto vivendo.

Nella mia vita sono sempre partita con la consapevolezza che nessuno meglio di me avrebbe mai capito come mi sentissi. Certo, molte situazioni nei loro caratteri più generali possono essere capite e sovrapposte al proprio background, eppure ciascuno reagisce agli eventi in una maniera del tutto personale, mai comprensibile fino in fondo a chi ci circonda: gli altri posso aiutarci a inquadrare ciò che proviamo, ma noi siamo gli unici a percepirlo con un’intensità che, in quanto tale, è unica e speciale. Si tratta comunque della visione soggettiva di una persona (alias: io) che raramente è scesa a compromessi e si è fatta aiutare, ma vi posso assicurare che perdere la bussola, le certezze e le speranze per il futuro capita anche alle persone che all’esterno si mostrano forti e indipendenti. Si tratta solo di raccogliere i cocci della propria anima e dimostrare che anche dentro si cela un drago.

È troppo facile chiudersi nella sofferenza e autocommiserarsi, proprio perché si tratta della decisione più comprensibile e socialmente accettabile. Perdere qualcosa e poi perdere se stessi amplifica il dolore, ma al contempo lo rende naturale e quasi giusto, meritevole: ammettere di sentirsi sperduti è il primo passo per un ritrovamento tanto potente quanto necessario.

Ho sempre vissuto pensando “non fare qualcosa di cui potresti pentirti in futuro”, ma non ho quasi mai considerato l’altro lato della medaglia: e oggi, ora come ora, trovo necessario dirmi sempre “fallo, in futuro potresti pentirti di non aver colto un’occasione”. I momenti che perdiamo sono tanti, vinti dalla vergogna o dalla paura per le conseguenze. Io sto scegliendo di non perdermi più nulla, o quantomeno di fare il possibile per non lasciarmi sfuggire esperienze e sensazioni nuove, che mi fanno sentire vive e felice di scoprire, annusare, provare emozioni, vedere il mondo nella sua annientante bellezza.

La frase di una canzone che adoro esemplifica bene quanto intendo dire:

“Hey, it’s alright! Does it make you feel alive? Don’t look back, live your life even if it’s only for tonight.”

Se lo struggente desiderio dell’essere umano è quello di essere felice, di vivere e sentirsi vivo, appagato, euforico, perché non provare qualche brivido, sentirsi se stessi e in comunione con l’intero universo? Ed è esattamente così che mi sento quando elimino le catene delle opinioni altrui, del dovere e delle aspettative, perché ciò che è giusto o sbagliato è spesso e volentieri relativo. Mi rende felice? Allora è molto alta la probabilità che sia la cosa giusta da fare (si escludono qui possibilità in cui la salute degli altri viene messa a repentaglio).

Tante, troppe volte ho messo al primo posto la gioia altrui, sia per una congenita sindrome della crocerossina sia per evitare un salto nel buio, spaventoso ma al contempo eccitante: privandomi dell’effettiva scelta decidevo ugualmente di rimuovere ulteriori preoccupazioni e paranoie. Ma ora come ora sono dell’idea che privarmi di una scelta, anche sofferta, in nome di una moralità superiore (decisa da chi poi? Il mio super io?) sia un inutile spreco, un’esperienza mancata nonché un piccolo atto di codardia.

E allora ogni giorno scrivo qualche verso per focalizzare ciò che sento, se sono infelice o di buon umore, se il sole mi stimola o preferisco il silenzio della mia camera. Nessuno può dirci chi siamo, capita anzi che nel momento di massima sicurezza sul proprio essere accada qualcosa di troppo grande, che sconvolge nel profondo. Quello è il momento perfetto per iniziare di nuovo ad ascoltarsi, tendendo un orecchio dritto verso il suono prodotto dai sentimenti accartocciati l’uno sull’altro; è il tempo della riscoperta e di una ricerca più accurata di quanto prima si dava per scontato.

Insomma: agisco per sentirmi viva, anche nel dolore e nella sofferenza, con l’intento di non rimpiangere mai più nulla.

Poesia senza titolo perché altrimenti si capiva il finale

In città, se vago da sola,
Finisco sempre per perdermi:
Strade case negozi
Semafori cartelli colori
Sfuggono dalle catene
Della memoria, così
Io resto ferma, a studiare
Il mondo che scorre,
Senza più una meta certa.
Oggi mi sono persa a Milano,
Non so nemmeno che cercavo:
Forse un posto speciale,
Un qualche spettacolo da fotografare
Posti nascosti e segreti
Da esplorare.

Sul marciapiede
Un bambino mi guarda,
Vede un’anima in pena
Che cerca la via: mi guarda
Con quel suo cappello verde
Di lana sopra agli occhi
Dorati
Dal color delle stelle.
Sorride, puntandomi addosso
Quel suo sguardo impertinente
Fanciullesco e spaventoso.
È una cometa ridente
Che ora pure mi parla:

«Seconda Speranza a destra
Questo è il cammino,
E poi dritto
Fino a quel tombino.
Poi la strada la trovi da te…»

Si interrompe e
Corre via fingendo di volare,
Ne sono certa, le sue braccia
Ora sono ali brillanti.
Mi lascia lì in mezzo al trambusto
Cittadino alienante
Con una serie di domande
E lo sguardo un po’ perplesso:
Scuoto la testa, continuo
A camminare, fino a quando
Guardandomi attorno
Via della Speranza
È proprio sulla destra.
È la strada che imbocco,
Mani nelle tasche, proseguo
Spedita cercando la meta:
Vicolo cieco, serrande
Abbassate, in mezzo alla strada
Solo quel tombino
Dall’aria inconsueta.

Tra le fessure graticolate
E ferrose, la luce è accecante.
Finalmente vedo:
Tutti i sogni e le fantasie
Hanno forma concreta,
Così come tutte le cose
Che saprei definire solo a parole.
È così bello da spaventarmi,
Mi ritraggo credendola vana
Illusione, ma i colori dell’arcobaleno
Dall’anonimo tombino
Hanno il calore familiare della certezza.

Torno di notte, guardinga
E passo in mezzo alla triste
Desolazione: solo poveri
Coi cartoni, avvolti in coperte
Sudicie strappate sporche
Inutili
Per il freddo
Per la città
Per la vita che li congela
E che toglie.
Tutto.

Il mio tombino è ancora lì,
Lo raggiungo estasiata e
Lo alzo in fretta
Per sfuggire da qui
Da tutto
Dagli altri
E dal male che pervade:
Mi accoglie il tanfo
Di fogna, di acqua che ristagna
Perché il miracolo
Mi è sfuggito e ora rimane
Lo schifo di un tombino
Puzzolente.

Alzo gli occhi lucidi
E vedo un vecchio lacero
E stanco, eppure sul viso
Nascosto dalla folta barba
Bianca svettano gli occhi –
Come scordarli – dalla luce
Di stella.
«Te ne sei accorta, vero?»
Il sorriso è triste.
«Porta al mondo
Che non c’è.»

Un drago mi guarda le spalle

Nella mia vita è successo un qualcosa di meraviglioso che attendevo ormai da tempo: finalmente sono riuscita a imprimere per sempre sulla mia pelle il tatuaggio che sognavo da quattro anni. Nel lontano 2012 (o forse anche prima) avevo deciso che la mia spalla destra sarebbe stata custodita da un fiero drago, un animale -forse- fantastico che amo sin da quando posso ricordare.

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Durante l’estate di quell’anno, decisi di provare con l’henné la forma che avrebbe avuto il pezzo di arte sul mio corpo. Me ne innamorai.

Quindi l’altro ieri il mio sogno è diventato davvero realtà. Mi sembra bello poter esprimerne qui in forma estesa il significato con questa spiegazione scritta -appunto- a novembre 2012, così da farvi comprendere i motivi che hanno portato a questa importante scelta. E nulla, sono felice.

 

Ho sempre amato i draghi. Quelle meravigliose creature che popolano le storie fantastiche di eroi, magia e poesia sin da quando ero bambina hanno riempito i miei pensieri, sogni e fantasie, avrei tanto voluto uno splendido essere alato da cavalcare e su cui brandire la mia spada in difesa della mia magnifica terra. Considerando che ho passato la mia infanzia ed adolescenza a leggere unicamente libri fantasy -e di libri ne ho sempre letti fin troppi- direi che hanno avuto una notevole importanza.
Oltre ad un mero fattore estetico che rende queste creature maestose, fiere, talvolta terrificanti ma sempre degne di rispetto e devozione, i draghi sono sempre stati ricollegati alla “forza”, e sono anni che cerco dentro di me tale qualità, la forza di vivere, amare, di superare le situazioni avverse: mi sono sempre immaginata come un forte drago rosso dagli occhi verdi, una bestia orgogliosa ma al contempo fragile.
Essi inoltre sono dotati di meravigliose ali che permettono loro di solcare i cieli verso il lontano orizzonte, e per me, che in tenera età supplicavo sempre mio padre di farmi volare in alto come Peter Pan, rappresentano il potere di raggiungere i miei sogni, di alzarmi sprezzante nel cielo incurante delle difficoltà. Queste ali sono chiuse perché sto ancora aspettando il vento che sussurrerà il mio nome: solo allora sarò libera.
Le più comuni specie di draghi sputano fuoco. Tra i quattro elementi, esso è quello in cui mi identifico maggiormente: c’è sempre il rischio di scottarsi, come fiamme voglio divampare con forza e decisione.
Il secondo elemento di questo tatuaggio è il Tao, la Via o Principio, ovvero “l’eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre attraverso tutta la materia dell’Universo”: si tratta dunque dell’essenza stessa di vita, l’equilibrio che regola ogni cosa. È infatti il drago a tenere tra le zampe questo simbolo, indicando dunque sinteticamente la forza ed il coraggio di trovare la propria strada, l’equilibrio insito nella nostra anima. Non basta la semplice forza bruta per vivere: amore, equilibrio ed eternità sono a mio avviso fondamentali per aiutare il drago nel suo compito, infatti esso protegge con cura il Tao tra le sue zampe.
Oltre ad una semplice bellezza in sè – come già detto per il drago – ciò riporta ad un mio innegabile amore per l’oriente. Non è casuale nemmeno l’accostamento dragone occidentale con un simbolo orientale, in quanto anche elementi che ci sembrano inconciliabili, proprio come Yin e Yang e tutti i loro significati, hanno bisogno dell’aiuto reciproco per affrontare questa vita.

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Un grazie infinito a Dalila che ha reso questa meraviglia viva e pulsante sulla mia pelle.

La poesia è cura dei miei mali

L’illusione che una qualche gratificazione potesse giungere da un momento all’altro è una condizione di vita che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni del liceo e, proprio in qualità di elemento immaginario, è arrivato sotto forma di certezza unicamente in ambiti ben diversi da quello scolastico. Certo, ho avuto l’immenso onore di poter essere la direttrice del giornalino d’istituto, ma in ogni caso il riconoscimento del ruolo è giunto dai miei pari, e non da quei professori che ho sempre guardato con sospetto; e, benché il nostro “Bartolomeo” appartenga al mondo della scuola, è sempre stato violentemente osteggiato dalla stessa. In conclusione: ciò che era illusione è rimasto tale fino all’ultimo passo in quell’edificio antico ed opprimente.

Non ricordo con precisione quando iniziai a scrivere composizioni, rammento solo che la mia maestra di italiano delle elementari stimolava noi tutti con lavori di questo genere. Mi piaceva scrivere, dunque trovare la poesia fu come il passo fondamentale per la mia crescita personale. Leggevo molto, forse troppo ed in maniera quasi compulsiva, tanto che mia madre era obbligata a strapparmi il libro di mano per ricordarmi di mangiare, che esisteva un mondo al di fuori delle mie lettere d’inchiostro.

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Questa pagina è l’incipit di un fantastico libretto che le mie maestre delle elementari confezionarono per ciascuno di noi. Ancora oggi posso notare come il mio nome mi appartenga davvero.

La mia grande soddisfazione è giunta proprio all’inizio di questo 2016, ottenendo (come ho già detto in un precedente articolo) il sesto posto nel concorso di poesia “Città di Melegnano 2015”. La mia posizione potrebbe non sembrare eccezionale, ma per una diciottenne nella fase di crisi esistenziale della maturità Classica, classificarsi tra i primi dieci su circa ottanta componimenti è un grande traguardo.

E insomma, a distrarmi da questo futile autocommiserarmi (che ovviamente ora va scemando, visto che sono felicemente libera ed in vacanza) è arrivata tra le mani del postino la mia eterna fonte di salvezza: la poesia. Aspettavo da mesi questo momento, ed ora che finalmente tengo tra le mani l’antologia del premio non mi sembra quasi vero. C’è la foto della premiazione, la motivazione del giurato e la mia stessa piccola opera, “Idillio”, con tanto di piccola biografia ed il mio faccione in alto a destra. (Certo che potevo pensarci un attimo primo di scegliere la fototessera…)

 

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(La cosa divertente è che mi diletto con una Canon ma non so fare le foto dritte.)

L’emozione che ho provato nell’ottenere finalmente questo piccolo libricino è immensa ed indescrivibile (ma forse in poesia potrei rendere bene l’idea), ed in me si fa sempre più grande il desiderio che, un giorno, su di un libellum (lo so, sono fissata con Catullo ed anche con queste parentesi) del genere possa esserci il mio nome come unica autrice, che il pubblico, seppur esiguo, possa trarre dalle mie composizioni un nutrimento per l’anima…esattamente come faccio io.
Sono felice di poter leggere le altre opere vincitrici e non, così da riempirmi il cuore di gioia poetica e naufragare in un mare di parole delicate.

Ed ogni affanno,
al suono dolce del mortaio
che scompone la sostanza,
è vano pasto in solitudine.

 

Provando a dire cose sensate su questo blog

Innanzitutto, perché “Enjambemind”? Una persona mi ha detto che è proprio un nome nel mio stile, ed io a quel commento ho sorriso soddisfatta.
Bisogna dunque premettere che questa parola nasce dal mio immenso amore per la poesia, come vi renderete ben presto conto se continuerete a leggere questo blog in futuro: in realtà all’inizio volevo utilizzare una figura retorica che mi rappresentasse ed avevo subito pensato all’ossimoro, rendendomi però conto della scarsa musicalità del termine anche in lingue differenti. Così, pensando all’eccessivo utilizzo che ne faccio nei miei versi, la mia attenzione è andata sul francese enjambement. Ovviamente in francese “mente” non si traduce con ment, ho semplicemente deciso di andare a somiglianza fonetica con la nostra lingua, cambiando poi quest’ultima parte con il corrispettivo inglese “mind”. È un gioco di parole un po’ sciocco che però credo mi si addica molto essendo strano, poetico e macchinoso.
Quindi chi sono io? La persona che scrive qui è un gioco della mente, un andare a capo continuo
senza sosta
verso nuovi orizzonti.

Da piccola ero convinta che da grande sarei divenuta una scienziata, ma ben presto mi resi conto che la mia strada era un’altra: scrivere. Leggo sin da quando ho memoria qualsiasi cosa capiti sotto il mio sguardo e questo grande amore mi ha permesso di comprendere questa necessità di comunicare, esprimermi ed emozionare.
Ho 19 anni, sono prossima alla maturità Classica e ho di fronte a me un mondo che ogni giorno mostra sfumature diverse, cangianti, ed io non vedo l’ora di scoprirlo. Sono giovane e ho ancora molto da imparare, ma spero che le mie parole vi trasportino all’interno del mio piccolo universo.

J.