L’arte di correre

Settimana scorsa si è impossessata di me una malsana idea, qualcosa a cui la me di qualche anno avrebbe reagito con orrore e stupore: ho deciso di andare a correre ogni giorno, ogni mattina per circa 30/40 minuti, il tempo di ricoprire quei 5/6 km di percorso che sono solita fare.
Di per sé il desiderio di compiere uno sforzo fisico quotidiano mi è sempre stato molto estraneo, ancor di più se collocato nella fascia di orario mattutina, momento della giornata in cui la mia bassa pressione emerge con prepotenza e mi causa non pochi problemi per qualsiasi attività sportiva. Questi sono i motivi per cui questa decisione si è ben presto tramutata in una sfida personale, con tutti i risvolti psicologici del caso.

Correre inizialmente non mi piaceva granché, mio padre da appassionato corridore tentava invano di coinvolgere la pigra figlia che sono in un’attività che lui ha sempre amato. Faticavo a tenere il suo ritmo, la respirazione e il passo corretto. La volontà di correre l’ho manifestata circa tre anni fa quando ero ferma nella decisione di dimagrire: era estate, le palestre erano quasi tutte chiuse e volevo fare qualcosa che mi permettesse al contempo di gestire senza problemi i numerosi impegni estivi.
Così da dovere ben presto la corsa si è tramutata in un piacere: quando iniziava ad asfissiarmi il caldo estivo fuggivo dalla palestra e dai suoi orari limitanti e mi dedicavo a essa in un orario serale, momento in cui l’afa diminuiva sensibilmente e in cui potevo essere certa di non svenire in malo modo. È divenuto ben presto un rituale fondamentale nel corso dell’anno, correre la sera verso le 20/20.30 rappresentava la degna conclusione della giornata e una grande soddisfazione personale dal punto di vista fisico e mentale.

Dico mentale perché la corsa mi ha aiutato tanto a riflettere. Nel corso degli ultimi anni infatti ho imparato a incanalare lo sforzo fisico nella direzione del pensiero, isolando il corpo affaticato dalla mente incalzante. Questo mi ha permesso di pensare molto in uno stato di totale sospensione spaziale e temporale: percepisco sì la musica nelle orecchie, il suono dei passi sulla ghiaia, il calore sulla pelle o la bellezza del paesaggio circostante (vedi foto in evidenza), vi sono però lunghi minuti – talvolta l’intera sessione di corsa – in cui dimentico il movimento del mio corpo e il mondo attorno a me, finendo così per percepire solo il flusso fluttuante dei miei pensieri. Spesso sono sconnessi tra loro, non hanno filo logico e mi portano alle considerazioni più disparate. Ecco come negli ultimi tempi ho preso le mie decisioni più importanti.

41+LCcRZYdL._SX319_BO1,204,203,200_
Così il desiderio di sfidare me stessa e i miei limiti ha trovato un perfetto compagno ne “L’arte di correre” di Haruki Murakami, scrittore a cui avevo intenzione di approcciarmi già da tempo. Ogni giorno dopo la mia corsetta mattutina leggo un capitolo del libro, incentrato sul rapporto dell’autore con la corsa a piedi rispetto al suo lavoro di scrittura quotidiana. È qualcosa che, in quanto aspirante scrittrice, mi colpisce e intriga in prima persona e lo stile elegante ma modesto di Murakami mi sta catturando giorno per giorno.
Amo la sfida che mi sono posta, amo correre e pensare e oltrepassare i miei limiti passati è qualcosa di oltremodo incoraggiante. Mi spinge a essere migliore, sempre più.

Annunci

Recensione a “Calendar Girl. Gennaio febbraio, marzo” di Audrey Carlan //TRASH LETTERARIO

Titolo: Calendar Girl. Gennaio, febbraio, marzo
Autrice: Audrey Carlan
Casa editrice: Mondadori
Collana: Omnibus stranieri
Formato: brossura
Data d’uscita: 14 giugno 2016
Pagine: 330
Prezzo libro: 14,90€
Prezzo ebook: 7,99€

cover calendar girl 1.JPG

Trama: Mi hanno chiesto di recitare il ruolo della fidanzata per 12 mesi. 12 uomini inarrivabili, 12 città sorprendenti, 12 ambienti esclusivi, 12 guardaroba diversi. È l’unico modo che ho per guadagnare un milione di dollari e salvare la vita di mio padre. Un anno così forse è il sogno che ogni donna vorrebbe vivere. Ma tu lo faresti? Avevo bisogno di soldi, tanti soldi. In ballo c’era la vita di mio padre. Io però non avevo un centesimo, per arrivare a fine mese facevo la cameriera. Non avevo un amore e, diciamolo, all’amore, quello con la a maiuscola, non ci credevo neanche più tanto. Le mie storie fino ad allora erano state solo fonti di guai e delusioni. Mi hanno offerto un lavoro. Recitare il ruolo della fidanzata di uomini di successo. In pratica per un mese dovevo fingere di essere la loro compagna davanti agli occhi di tutti e in cambio ognuno di loro sarebbe stato disposto a pagarmi centomila dollari.  Il sesso, chiariamoci, non faceva parte degli accordi. Quello dipendeva e dipende sempre solo da me.
L’amore neanche quello faceva parte del piano. Ma intanto quello non dipende da nessuno…
Gennaio, Los Angeles, uno sceneggiatore con un corpo sexy quanto la sua mente. Febbraio, Seattle, un artista francese in cerca della sua musa. Marzo, Chicago, un ex pugile imprenditore dal cuore spaventato.
Tutti uomini da sogno. Che poi sono persone. Intriganti, fragili, che hanno paure, segreti e verità nascoste. Loro hanno scelto me. Per un mese sono entrati nella mia vita. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. E uno mi sta chiedendo di cambiare le regole del gioco… ma l’amore, tutti lo sanno, di regole non ne ha.
Ho intrapreso questo viaggio perché era l’unico modo per salvare la vita di mio padre. Mi sono fidata, ho buttato il cuore oltre l’ostacolo. Ed è iniziata la favola. Il viaggio ha salvato la mia, di vita.
Trust the journey,
Mia.

Recensione: Ok, ammetto sin da subito che all’inizio mi sono lasciata trarre in inganno. Quest’estate, mentre ero in libreria alla ricerca di libri pessimi con un’amica (ne stiamo facendo un hobby in pratica, che meraviglia), abbiamo individuato subito come potenziale la copertina di questo libro, così abbiamo letto la trama. Certamente non presagiva la nascita di un capolavoro, ma ingenuamente abbiamo creduto entrambe che la storia potesse celare qualcosa di più visto che perlomeno non c’erano adolescenti isterici in preda agli ormoni e personaggi celebri inseriti random per rendere il tutto più appetibile. Sta di fatto che di certo non mi aspettavo una versione alternativa (e altrettanto noiosa) della serie di “50 sfumature”, che è invece ciò che mi sono trovata a leggere: non so, probabilmente la mia mente non è ancora stata temprata da tutto questo trash e ha ignorato il campanello d’allarme, convincendosi che nell’opera avrebbe letto un qualcosa di simil crescita psicologica, emotiva e tante altre cose belle. OVVIAMENTE NO! Perché mai ho creduto che con una copertina del genere potesse presagire qualcosa di buono? Bravi curatori della trama, mi avete proprio fregata. (E grazie per non aver utilizzato l’effetto psichedelico After/Over/My dilemma/tante altre merdate)

schermata-2016-11-10-alle-14-58-45
Una me alquanto sconvolta.

Ma insomma, passiamo a cose più inerenti alla trama, di cui troverete qualche leggero spoiler perché mi auguro tanto che non vogliate leggere una roba del genere.
La cara protagonista Mia Saunders deve dunque fare da escort -ma mica meretrice da pezzenti, non scherziamo, è una donna multiuso- per ripagare il debito del papà ubriacone (aaah, queste famiglie sempre disastrate! Piccolo segreto: le è morta la mamma e si è dovuta occupare da sola della sorellina. L’avreste mai detto?), ergo con il suo buon animo si accinge a dedicarsi al suo primo cliente: Weston Channing III, che oltre a essere ricco sfondato è un sexy surfista che scrive/produce film opsnonricordo.

wes
Bel biondo random per far comprendere il concetto.

Per la nostra miss Saunders il ruolo di accompagnatrice agli eventi non risulta difficoltoso, tantomeno lo è farsi scopare sin da subito dal belloccio. E meno male che il sesso non doveva essere contemplato.
Da qui mi sono resa conto con sgomento che la solfa si sarebbe ripetuta, non ci voleva un genio per capire l’andamento degli eventi. Infatti, alla fine del mese lavorativo, benché i due abbiano comunque instaurato un legame più profondo (nonostante tutto si stavano innamorando), Mia decide di proseguire con la sua sacra missione rifiutando l’aiuto finanziario da parte di Wes, promettendogli però una parte del suo cuore. Ho apprezzato questa forte presa di posizione ma un po’ meno che, giusto il tempo di un paio di giorni per riposare e farsi una ceretta, si trovi nel letto del secondo cliente, il francese Alec Dubois. Ve lo devo star a dire io che è un pittore&fotografo super bono o ci arrivate da soli? Non starò a scendere nei dettagli sul mese di febbraio, vi basti sapere che la ragazza si dà davvero molto da fare…per salvare il padre, certamente.
A marzo per la curvy Mia la scopata non s’ha da fa’, perché l’ “italianissimo” Antony (detto Tony) Fasano è gay. Peccato, perché pure lui era un gran pezzo di manzo. La terza parte del libro è quella che contiene le parti più assurde e che mi hanno lasciata parecchio perplessa, come osservazioni senza senso e fuori luogo, pregiudizi su qualsiasi cosa e via dicendo.
Tirando un po’ le somme: il libro non mi è piaciuto per niente (ma va?), ma perlomeno al pari di 50 sfumature (ebbene sì, li ho letti tutti, persino Grey! Che sforzo, gente.) lo stile è corretto, scorrevole e tutto sommato piacevole, peccato che entrambe le storie dopo la GRANDE emozione iniziale da “Oddio ma questi scopano FORTE!!!” diventano piatte, noiose, ripetitive ed esasperanti per la pochezza che sprigionano. Di più rispetto alle altre sciocchezze infantili che ho letto (alias Over, My Dilemma), Calendar Girl ha quel “plus” di caratterizzazione dei personaggi (che comunque nascono da una base Mary Sue/Gary Stu idealizzata su cliché e creata con il metodo del fordismo) che forse non fa poi così schifo.

Ora, più che ripetere che mi ha fatto cadere le palle e le braccia posso solo aggiungere che concederò un immenso onore a Calendar Girl: leggerò anche “Aprile, maggio, giugno”. Ebbene sì, ho trovato anche il pdf di quest’ultimo da leggere comodamente sul telefono (spero non abbiate pensato che io possa spendere soldi per ‘sta roba) e, visto che si eleva di poco rispetto agli altri libri trattati nella rubrica, proverò l’ebrezza di conoscere i tre successivi clienti di Mia. Questo però non nell’immediato futuro, dal momento che in libreria ho individuato il nuovo “””libro””” della mia super amica Cristina Chiperi, della quale non vedo l’ora di dire tantissime altre cattiverie (grazie Wattpad, mi fai divertire un sacco) e che dunque avrà la priorità.

tumblr_n75be4ecLX1rz901bo1_500.gif
Ammetto di compiacermi della mia malvagità in ambito di recensioni.

Voto finale: 1,5/5. Ho aggiornato le valutazioni per gli altri due articoli, mi sono resa conto di essere stata troppo buona per una scala del genere.

A tutti voi aspiranti scrittori: sappiate che se mai doveste scrivere un libro di tal calibro credendo di partorire un’opera d’arte, questo è il valore che vi verrà assegnato.

15033646_1256771024384322_1018182631_n.jpg
L’ho davvero visto con i miei occhi in una bancarella a Milano, e ho gioito ringraziando Odino per la bellezza dell’immagine.

L’ anoressia della letteratura – quando i libri perdono pagine

Distillato: agg. e s. m. [part. pass. di distillare]. – […] che è stato liberato dalle impurezze che l’accompagnavano, mediante processo di distillazione.

Verso la fine di dicembre l’ennesima trovata del mercato ha visto la luce sotto il nome di “libri distillati”, una collana pubblicata da Centauria (casa editrice del gruppo Rcs Libri): scopo principale di tale novità è permettere ai lettori fasulli o occasionali, come gli indaffarati business man e le madri stressate, di avvicinarsi alla lettura di quelli che prima sembravano solo pesanti mattoni pronti per essere impastati di calcestruzzo. Un salto in edicola per l’acquisto dell’immancabile Corriere o Vanity Fair ed ecco apparire, al modico prezzo di 3,90€, la rivelazione dell’anno che recita a caratteri cubitali la scritta “Abbiamo ridotto le pagine, non il piacere”: quale arguto motto pubblicitario!

Ed è così che grandi opere come “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson – tanto per citare uno dei best seller coinvolti in questo scempio – subiscono il tanto declamato processo di distillazione che riduce, come in questo caso, le 676 pagine iniziali a circa 240; altri autori come Margaret Mazzantini, Paolo Giordano, Dan Brown, Jon Green e Nicholas Sparks sono state le prime vittime sacrificali di questa proposta letteraria, e a breve sarà sotto il giogo persino Wilbur Smith con il suo “Il dio del fiume”.

Schermata 2016-11-05 alle 01.10.13.png Ed ecco un esempio di “distillazione” sul primo capitolo de “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

Stando a quanto detto dagli stessi ideatori del progetto, non si tratta di una riscrittura ma nemmeno di una versione tagliata, né tantomeno di un riassunto perché, come pazientemente spiega la frase ad effetto della situazione, ci troviamo di fronte a “distillati, non riassunti”. Tuttavia, un’occhiata anche poco attenta ad un capitolo delle due differenti versioni rivelerà immediatamente che, in fin dei conti, quello che loro hanno designato con un termine degno di marketing non è altro che un grossolano lavoro di taglia e cuci operato dalla squadra editoriale di Centauria.

Tristemente l’indagine di mercato che ha portato allo snellimento dei romanzi si basa anche sull’ultimo dato Istat disponibile, di certo non rassicurante, secondo il quale in Italia la lettura sta subendo un grave calo, dal 46.8% del 2010 al 41.4% del 2014: la funzionalità di questi libercoli starebbe dunque nel sopperire alla mancanza di tempo e voglia dell’italiano medio, il quale in condizioni normali non ha nemmeno l’ardire di allungare la mano verso volumi del genere. Per tutti coloro i quali leggere non equivale a respirare, esistono comunque immense librerie in cui cercare una lettura non impegnativa, leggera e che può essere conclusa in un numero non eccessivo di ore: tra i vasti scaffali ricolmi di parole è possibile trovare un particolare genere di opera che possa soddisfare ogni personalità, preferenza ed impedimento di sorta.

Ritengo che, tanto per unirmi al pensiero comune in merito alla dibattuta questione, la creazione dei libri distillati non sia altro che una barbara trovata, ed è proprio qui in Italia, quella che dovrebbe essere un’oasi di cultura, che è nato questo esperimento di mercato: aborrisco anche la semplice idea che a qualcuno sia venuto in mente di tagliuzzare e profanare pure manifestazioni artistiche, di distruggere senza remore la sinergia tra sintassi, punteggiatura e scelte lessicali attuate dall’autore. Qualsiasi scrittore sceglie con estrema accortezza ogni singola parola, controlla che il lettore rimanga intrappolato nella rete che egli stesso ha intessuto: è una danza sensuale e intensa quella che i due ballano, sbagliare un singolo passo significa perdere il ritmo. E dunque, una volta snaturato ed amputato il fondamentale processo di creazione che sta alla base dell’intera narrazione, cosa resterebbe se non un goffo tentativo di valzer, reso vano dall’assenza di musica?
L’autore, nel suo orchestrare l’intera composizione, dona alla creazione non solo gran parte del suo tempo da mortale, egli infatti imprime ed esprime tramite la penna o le lettere della tastiera qualcosa di unico ed irripetibile; l’arte è tangibile proprio lì tra quelle righe ricercate, nello stile caratteristico della persona, la storia che è personale, sua, come una figlia tanto attesa. Non comprendo, non mi capacito di come possa essere accettabile per un uomo, a prescindere dalla sua posizione di lettore o scrittore, vedere un corpus unico tramutarsi in un puzzle frammentario, magari un po’ di testa e le due gambe, giusto per dare l’apparenza che la struttura possa ancora reggersi in piedi dignitosamente.

Nei libri non esiste alcunché di superfluo, nulla che possa essere ritenuto essenziale o meno poiché i loro creatori così li hanno generati, e tali devono necessariamente rimanere; se i critici d’arte ritenessero superflui alcune parti di statua, dovremmo dunque eliminarne un pezzo poiché “distillabile”?

Il popolo della rete sembra pronunciarsi abbastanza chiaramente in merito alla faccenda, alzando con tono di sdegno ed insofferenza una protesta per quello che, indubbiamente, è un ulteriore passo verso il deperimento culturale.

«Che io di distillata conoscevo solo la grappa, e nemmeno troppo bene.» (Wired.it)