Una donna #miniracconto1

Inspiro. Espiro.

Mi piacerebbe sincronizzare il rumore dei miei passi sulla ghiaia con i battiti del cuore, ma in realtà mi piace anche bearmi delle dissonanze del mondo mentre corro. Musica violenta come il metal che ho nelle orecchie contro i suoni impercettibili del boschetto, l’odore ancora di estate quando il cielo si scurisce prima del dovuto.

Nel mio percorso incontro tantissime persone, le varietà umane più disparate: passeggiatori solitari, coppie inusuali, amiche segnate dall’età, ciclisti e padroni di piccoli e grandi cani, tutti in cerca di tranquillità e ristoro dalle fatiche quotidiane. Al solito tendo a salutare con un lieve cenno del capo o un piccolo sorriso gli altri corridori, mentre tendo a ignorare quelli che procedono al passo. Eppure li osservo sempre, e se si dimostrano amichevoli non disdegno certo loro il mio saluto.

Un passante attira la mia attenzione mentre respiro rumorosamente. È una donna, la classica anonima donna sovrappeso di mezza età, accompagnata dal cane: in realtà è lui a catturare il mio sguardo, d’altronde è grosso e peloso e sento l’irrefrenabile istinto di accarezzarlo, interrompendo la mia fatica quotidiana. In casi come questi, un abbozzo di sorriso al padrone è doveroso.

La signora tiene lo sguardo basso rivolto verso l’animale fulvo, i capelli scuri e poco curati ricadono come una capanna di liane davanti al suo volto. Mi sente arrivare e alza un po’ la testa. Il suono delle mie falcate è ben scandito e il respiro, anche se coperto dalla musica, immagino sia piuttosto irregolare.

Ora la posso guardare. Ma non vedo il colore degli occhi, la forma del naso e della bocca. Quello che vedo è solo il viola stinto del livido che le copre lo zigomo sinistro: potrebbe essere qualsiasi cosa – il frutto di una botta, caduta, incidente, disattenzione – ma il modo violento e spaventato con cui china di nuovo il capo al mio passaggio mi suggerisce la sola e unica spiegazione che avevo sentito come vera.

Mentre la supero riesco a percepirne la paura, la solitudine in cui annaspa e si rifugia durante le sue passeggiate nel bosco; il suo mondo si riempie di rosso viola marrone sporco e di dolore palpabile.

La vedo di nuovo, senza volto: l’ambiente è buio, l’unico spiraglio di luce proviene dalla porta collegata alla stanza adiacente, e lei rimane lì a coprirsi la faccia con le mani tremanti. Prima uno scatto, poi un cigolio ad annunciarne l’ingresso. L’uomo entra nella stanza da letto con passo al contempo pesante e traballante, armeggia con la chiave e con qualcos’altro che tiene tra le mani dure e callose.

Il petto della donna inizia ad alzarsi e abbassarsi sempre più veloce, in maniera frenetica e atterrita. Sente il fiato del marito vicino, lo sente come un appiccicoso e ripugnante alone sulla sua pelle mentre stringe forte gli occhi e si rannicchia a formare un bozzolo. Eccolo.

Inspira. E grida.

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Poesia senza titolo perché altrimenti si capiva il finale

In città, se vago da sola,
Finisco sempre per perdermi:
Strade case negozi
Semafori cartelli colori
Sfuggono dalle catene
Della memoria, così
Io resto ferma, a studiare
Il mondo che scorre,
Senza più una meta certa.
Oggi mi sono persa a Milano,
Non so nemmeno che cercavo:
Forse un posto speciale,
Un qualche spettacolo da fotografare
Posti nascosti e segreti
Da esplorare.

Sul marciapiede
Un bambino mi guarda,
Vede un’anima in pena
Che cerca la via: mi guarda
Con quel suo cappello verde
Di lana sopra agli occhi
Dorati
Dal color delle stelle.
Sorride, puntandomi addosso
Quel suo sguardo impertinente
Fanciullesco e spaventoso.
È una cometa ridente
Che ora pure mi parla:

«Seconda Speranza a destra
Questo è il cammino,
E poi dritto
Fino a quel tombino.
Poi la strada la trovi da te…»

Si interrompe e
Corre via fingendo di volare,
Ne sono certa, le sue braccia
Ora sono ali brillanti.
Mi lascia lì in mezzo al trambusto
Cittadino alienante
Con una serie di domande
E lo sguardo un po’ perplesso:
Scuoto la testa, continuo
A camminare, fino a quando
Guardandomi attorno
Via della Speranza
È proprio sulla destra.
È la strada che imbocco,
Mani nelle tasche, proseguo
Spedita cercando la meta:
Vicolo cieco, serrande
Abbassate, in mezzo alla strada
Solo quel tombino
Dall’aria inconsueta.

Tra le fessure graticolate
E ferrose, la luce è accecante.
Finalmente vedo:
Tutti i sogni e le fantasie
Hanno forma concreta,
Così come tutte le cose
Che saprei definire solo a parole.
È così bello da spaventarmi,
Mi ritraggo credendola vana
Illusione, ma i colori dell’arcobaleno
Dall’anonimo tombino
Hanno il calore familiare della certezza.

Torno di notte, guardinga
E passo in mezzo alla triste
Desolazione: solo poveri
Coi cartoni, avvolti in coperte
Sudicie strappate sporche
Inutili
Per il freddo
Per la città
Per la vita che li congela
E che toglie.
Tutto.

Il mio tombino è ancora lì,
Lo raggiungo estasiata e
Lo alzo in fretta
Per sfuggire da qui
Da tutto
Dagli altri
E dal male che pervade:
Mi accoglie il tanfo
Di fogna, di acqua che ristagna
Perché il miracolo
Mi è sfuggito e ora rimane
Lo schifo di un tombino
Puzzolente.

Alzo gli occhi lucidi
E vedo un vecchio lacero
E stanco, eppure sul viso
Nascosto dalla folta barba
Bianca svettano gli occhi –
Come scordarli – dalla luce
Di stella.
«Te ne sei accorta, vero?»
Il sorriso è triste.
«Porta al mondo
Che non c’è.»

La poesia è cura dei miei mali

L’illusione che una qualche gratificazione potesse giungere da un momento all’altro è una condizione di vita che mi ha accompagnato per tutti i cinque anni del liceo e, proprio in qualità di elemento immaginario, è arrivato sotto forma di certezza unicamente in ambiti ben diversi da quello scolastico. Certo, ho avuto l’immenso onore di poter essere la direttrice del giornalino d’istituto, ma in ogni caso il riconoscimento del ruolo è giunto dai miei pari, e non da quei professori che ho sempre guardato con sospetto; e, benché il nostro “Bartolomeo” appartenga al mondo della scuola, è sempre stato violentemente osteggiato dalla stessa. In conclusione: ciò che era illusione è rimasto tale fino all’ultimo passo in quell’edificio antico ed opprimente.

Non ricordo con precisione quando iniziai a scrivere composizioni, rammento solo che la mia maestra di italiano delle elementari stimolava noi tutti con lavori di questo genere. Mi piaceva scrivere, dunque trovare la poesia fu come il passo fondamentale per la mia crescita personale. Leggevo molto, forse troppo ed in maniera quasi compulsiva, tanto che mia madre era obbligata a strapparmi il libro di mano per ricordarmi di mangiare, che esisteva un mondo al di fuori delle mie lettere d’inchiostro.

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Questa pagina è l’incipit di un fantastico libretto che le mie maestre delle elementari confezionarono per ciascuno di noi. Ancora oggi posso notare come il mio nome mi appartenga davvero.

La mia grande soddisfazione è giunta proprio all’inizio di questo 2016, ottenendo (come ho già detto in un precedente articolo) il sesto posto nel concorso di poesia “Città di Melegnano 2015”. La mia posizione potrebbe non sembrare eccezionale, ma per una diciottenne nella fase di crisi esistenziale della maturità Classica, classificarsi tra i primi dieci su circa ottanta componimenti è un grande traguardo.

E insomma, a distrarmi da questo futile autocommiserarmi (che ovviamente ora va scemando, visto che sono felicemente libera ed in vacanza) è arrivata tra le mani del postino la mia eterna fonte di salvezza: la poesia. Aspettavo da mesi questo momento, ed ora che finalmente tengo tra le mani l’antologia del premio non mi sembra quasi vero. C’è la foto della premiazione, la motivazione del giurato e la mia stessa piccola opera, “Idillio”, con tanto di piccola biografia ed il mio faccione in alto a destra. (Certo che potevo pensarci un attimo primo di scegliere la fototessera…)

 

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(La cosa divertente è che mi diletto con una Canon ma non so fare le foto dritte.)

L’emozione che ho provato nell’ottenere finalmente questo piccolo libricino è immensa ed indescrivibile (ma forse in poesia potrei rendere bene l’idea), ed in me si fa sempre più grande il desiderio che, un giorno, su di un libellum (lo so, sono fissata con Catullo ed anche con queste parentesi) del genere possa esserci il mio nome come unica autrice, che il pubblico, seppur esiguo, possa trarre dalle mie composizioni un nutrimento per l’anima…esattamente come faccio io.
Sono felice di poter leggere le altre opere vincitrici e non, così da riempirmi il cuore di gioia poetica e naufragare in un mare di parole delicate.

Ed ogni affanno,
al suono dolce del mortaio
che scompone la sostanza,
è vano pasto in solitudine.